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NON ESISTO PIU'

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La morte è probabilmente l’evento più temuto dagli esseri viventi (e pensanti). Un tema sul quale molti filosofi hanno costruito le teorie più disparate, attrattive o repulsive di un mistero antico quanto il mondo. “Aut finis aut transitus”, scriveva Seneca per parlare della morte ora come estinzione totale della coscienza individuale, ora come trasmigrazione dell’anima in un altro luogo.
 
La morte è l’unico problema irrisolvibile: sappiamo che c’è ma non possiamo confrontarci con l’esperienza di chi l’ha vissuta, calcolarne gli effetti per correre ai ripari con una pozione che ci faccia vivere in eterno, possibilmente giovani e belli.
 
Gli antidoti restano le teorie, più o meno affascinanti, per generare un certo convincimento che è quasi sempre empirico e razionale: la morte e la vita sono in  fondo due facce della stessa medaglia. Se c’è l’una, c’è l’altra perché entrambe non si escludono ma coesistono in un ciclo naturale che termina, per gli epicurei, con la dissoluzione assoluta dell'Essere, e per la maggior parte delle dottrine religiose nell'esperienza trascendentale dello Spirito.
 
La Fede è forse la più razionale delle teorie. Non potendo conoscere in anticipo quello che accadrà “oltre”, ecco che il dogma ecclesiale basato sulla fiducia di passare “a miglior vita” diventa il più  ragionevole dei convincimenti. Non è vero che non esisto più, perché dopo una fine c’è sempre un nuovo inizio. Non è forse questo precetto, del tutto razionale, che utilizziamo spesso per andare avanti, per combattere la propria o l’altrui sofferenza?
 
Parlo della morte ne “Il volo dell’aquila”, testo di apertura de “L’aquila non ritorna”...