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NAPOLI MUORE

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Napoli muore con il vento dimenticandosi di sé. Napoli muore per un bimbo che vive senza perché. Poi si distende sul mio letto e fa l’amore con me, bruciando giorni disgraziati svegliandosi nel caffè …”. Sono i versi iniziali della mia canzone-denuncia alla città in cui sono nato e vissuto per tanti anni prima di trasferirmi altrove.
 
Quando ho scritto “Napoli muore” avevo poco più di vent’anni ed ero nel pieno delle mie insofferenze giovanili che mi avevano portato ad avere verso questa città, meravigliosa quanto controversa, un rapporto di odio/amore.
 
Di Napoli ho amato (ed amo tuttora) la solarità, la fantasia e il senso diimprovvisazione della sua gente, attributi che non trovano riscontro in nessun’altra etnia. Ma questi pregi, se portati all'eccesso, possono trasformarsi in difetti più o meno marcati.
 
Così, l’eccessiva solarità può rendere monocolore qualsiasi prospettiva di pensiero senza considerare aspetti della realtà che talvolta vanno affrontati con la dovuta serietà e sobrietà. Come l’eccessiva fantasia che fa perdere di vista il senso pratico delle cose o l’improvvisazione che, se portata agli estremi, non aiuta a programmare e a rendere stabile la crescita civile della città. Non è un caso che l’inventiva dei napoletani ha reso celebre e prezioso l’immenso patrimonio artistico e culturale di cui la città va (giustamente) fiera, ma ciò non è bastato ad elevarla a culla indiscutibile della civiltà contemporanea.
 
Napoli è come “un vecchio che aspetta che il tempo passi senza novità.” Un mondo con “quattro puttane che ti passano accanto e fanno il girotondo senza le mutande... http://vittorianoborrelli.blogspot.it/2015/08/napoli-muore.html