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Palindromicamente Univoco 01

Palindromicamente Univoco 01

Ultmo aggiornamento 7 giorni fa da Allegro Ragazzo Morto
Me ne rendo conto, so essere incomprensibilmente arguto senza per questo (modestamente) mancare di essere al contempo argutamente incomprensibile. Vi sono momenti nei quali il pensiero si scomponga automaticamente in parole, non devo impiegare ulteriore tempo riallacciando, convergendo, tracciando una/la possibile rotta. Essa deve essere solo seguita ed è chiara come il filo del discorso che non abbia mai imparato a memoria ma che è sempre stato nella mia mente semplicemente scomposto/nascosto in pensieri diversi. In codesti momenti comunicare è azione semplice, lapalissiana e priva di incertezze. Non è detto che (si) debba comunicare ad ogni costo, l’inconsapevolezza è un bene necessario, senza l’acquisizione di una determinata conoscenza tutto diverrebbe molto più semplice o in modo ancor più evidente non diverrebbe. S’intraprenderebbero allora ulteriori e/o susseguenti azioni in modo del tutto randomico, all’oscuro dei possibili quanto certi riscontri, degli scenari risultanti, delle variazioni sull’/all’orizzonte logico, su ogni possibile (o meno) congettura di protezione cronologica perché se vi sia una rotta, il resto è del tutto secondario, marginale, sacrificabile e, ciò non di meno, il rischio di incorrere in un’analessi resterebbe oltremodo molto alto.

Sai cosa rimanga… dopo aver eliminato il necessariamente superfluo, dopo aver auspicabilmente annientato ogni fragoroso silenzio ed in questo costante belligerare creato le fortuite quanto accidentali basi per un ulteriore quanto necessariamente straziante conflitto, dopo essere stati così distanti, talmente distanti da risultare definitivamente distonici e per questo univocamente o infinitamente simili, da quando l’ora non serva e non segni alcunché perché il metodo in uso differisce da ciò comunemente canonico… Sai cosa (si) sia perso? Vorrei poterti rispondere in modo semplice ma nulla è semplice e se anche provassi a scrivertelo in modo semplice tutto risulterebbe comunque in una semplessità incoerente ed acerba. In linea di principio abbandonarne ogni eventuale è esso stesso un ennesimo principio, uno dei tanti paradossi e che tu ci creda o no qualcosa ancora persiste quantunque non sia abbastanza. Avverto tuttavia che l’errore sia (pedissequo) intrinseco al rapporto. Non esiste questa corrispondenza (marginalmente) attiva, questo (furto) interscambio. Quanto dolore possa sopportare ancora… quanto possa immergerti senza bisogno alcuno di riallacciare canovacci luminosi, quanto (possa) puoi ancora sostenere? Credimi (pseudòmenos) se asserisca di avere solo intenzioni né migliori né perfette ma solo intenzioni. Ho ricordi e pensieri ed intenzioni ma nulla sopperisce (al)la mia perdita. Nemmeno tu… per quanto io lo voglia e per quanto tu possa ancora persistere mi accorgo sia inane perdurare assieme, consumarsi accrescendo il vuoto. Ho una innata capacità percettiva, è la percezione inversa, essa è relativa alla definita possibilità, non così latente in fondo, che tutto possa peggiorare, degradarsi, estinguersi e la mia capacità sta nel fatto di non prevenire assolutamente questo degrado ma incentivarlo. Solo in questo modo tu avrai una nuova (vita) strada e solo in questo modo io (perderò) manterrò la mia.

(Se) Tu sei quì… (ero incerto sul fatto che Lei fosse quì) …come fai ad essere quì? Già, come faccio ad esservi e come fai ad esservi anche tu? Tu non dovresti essere quì… Già, non dovrei esservi… Come fai ad essere quì se il tuo posto non sia esservi (ero incerto sul fatto che non fosse il posto nel quale dovesse essere)? Già, come faccio ad esservi?

Rimango restio, ricordi ritorti, ruggine reietta, ragguardevole ritmo retinico ridondante, riuso rimodellato, rovinosamente, rimango rollante. Regredendo reimpiego racconti raggrumati ridicolmente radicalizzati, rattristandomi recido rapporti risolutamente ricchi, rettamente reietti, respingo ruvidamente raccapriccianti reazioni raggelanti. Rossa radura, rafforzativo, rossa ruvida radura rumorosamente rabbrividente resta realmente ramificata. Recitando, reggo radiografando rantolanti ratti rattrappiti, rotto rimango raffreddandomi, raggiungendo rasserenanti, rassicuranti rituali radiolocalizzati, rimuovo regali referenziati regolarmente realizzati. Reagisco, redigo, ravviso, rastrello ragionamenti raffinati rappresentanti recalcitranti razzie. Reggo, regno, recido. Reggo, ragguardevolmente recido. Reggo. Recido. Resto.

Credi che non sappia cosa comporti tutto questo? credi che non sappia esattamente dove ciò (mi) porti? Credi che non sappia o non voglia perseverare? Credi che perseverando io possa venirne a capo? No. La percezione inversa non redime nessuno. Non c’è modo di invertire il percorso semmai è involuzione. Per anni me ne sono mantenuto lontano ma avverto (vi) fosse solo un ulteriore velo di apparenza perché tutto si mostra (de)codificato, è tutto esposto e invertire il processo non è da/per tutti. Io sono “dei” tutti, sono “nei” tutti e “nei” quali e la cosa più semplice che tu possa fare sia lasciarmi tracciare la rotta a mio modo. Non ho voglia di stare bene, non ho voglia di stare, ho una tabella e la stessa è serrata, precisa, ineluttabilmente stabilita. Sto male perché mi sei accanto, sto male perché sei il prisma decomponente la mia coscienza, catalizzante ogni mia angoscia, energia alla mia insofferenza. Tu sei la mia più grande paura e l’apparenza, frapponendosi per questo motivo, concede ulteriore spazio, ragguardevole spazio, infinito spazio atto a fornirti spinta gravitazionale, ingaggiare una tangente (p)e(r) poi derivare. Vuoi parlare? Certo, parliamo… assertivamente interrogandoti, vado pazzo per il dialogo, destrutturarlo, implementarlo accrescendolo, svilupparlo… il dialogo… un mattone dalla mescola speciale ma sottile come la carta, il dialogo non è forse un altro velo di apparenza… un'altra inutile frammentazione del tessuto, una fitta rete di connessioni che non abbiano più alcuno scopo, il letto secco di una sorgente esaurita che taglia come una vena arsa una altrettanto sterile pianura, un solco scavato, un (altro) piccolo candido squarcio rosso longitudinalmente orientato ormai epurato della linfa vitale. Ho sorvegliato lungamente l’argenteo acuminato e poi con esso sprofondai attraverso diverse consistenze e così avvertii e (mi) rimase il segno, il verso, il fine venne blindato e da allora non credermi in parola se ti dicessi che non ci abbia più provato.

Essere quì entrambi non è possibile vero? Potrebbe esserlo e non potrebbe. Se tu sei quì come faccio ad esservi anche io? Già, come fai ad esservi anche tu? Quando sei arrivata? Non credo che quì esista un quando, “quando” non ha (alcuno) molto senso essendo quì.

Notte, tarda notte, acerba alba, tardivamente prematura, suono sommesso sottilmente rantolante, respiro appena coerente, pensieri lasciati derivanti a divellere, ombra in un’onda, luce passata ritorta. Se avessi un motore ad entropia ti farei di luce una maglia piegandola con del tempo e del tempo farei un ricamo costantemente immutato. Muoversi è una sensazione, la retina riceve impulsi, ogni nervo trasmette e recapita queste informazioni perché siano decodificate ed interpretate. Le stesse ritornano chiare, osserva(re), il buio (cristallino) crivellato di luce, rammendato da(l) tempo, verificato dal sé. Notte o forse non più notte, informazioni ancora premature, tempo che serva, tempo accumulato, tempo infinito o bastante, tempo… inesistente (nel) tempo (che) non serve. Quanto di questo (tempo) credi di poter utilizzare ed andare avanti così? Quanto (tempo) credi di poter continuare incurante delle ripercussioni? Tra noi, tra me e te, tra me e gli altri vi sarà sempre apparenza e la cosa (adesso) non assume alcuna importanza specifica, essa persiste ed esiste indipendentemente da come io pensi o creda di agire, sia essa il meglio, sia essa il peggio, essa rimane (ciclicamente) staticamente, non tende affatto a diminuire ma permane e per tale motivo le mie intenzioni da essa divergono. La signora Roberta S. divelse ogni mia certezza, lei ha da sempre una teoria valida su alcune tipologie del viaggio ed il problema principale è che non ci se ne possa rendere conto semplicemente viaggiando, lei stessa ne creò uno inavvertitamente inconsapevole nel farlo, il suo quindi è solo una frazione risibilmente esplicabile della teoria, dalla porta alla cantina, dalla cantina alla strada, dalla strada alla porta senza necessariamente toccare una/alcuna di queste basi, queste destinazioni e in quest’ordine perché è il tipo e non il modo e se anche fosse… è il modo e non il tipo.

Che tu sia quì vuol dire che quì tu sia arrivata. Anche tu sei quì, anche tu sei arrivato. Non dovrei esservi. Credi di non appartenere a questo? Credo che non sia il corretto tempo per me di esservi. Ma sei quì, siamo quì entrambi, non pensi sia “quì” il posto dove dovresti essere? Adesso? Quì non c’è un “adesso” e nemmeno un “quando”. È solo un (a base/destinazione/tangente) luogo.

A Roberta S.

Trains are like time…
present, future and bloody past, the common thing they have is
they fuckin’pass...
(sometimes you blush… )
sometimes so fast, so bloody fast you’re not even born yet and then you’ll face dirt
you couldn't even understand what's the rush
just like (you) people what's up with the gas upon (your) their ass...
sometimes they give you time enough…
time to buy, time to go around, a nice time to slice you down
brand new coat, top of the nose, queen of my soul, apple of my life
is’n’t’ she so lovely is’n’t she?
So nice, living life as an inner lie, just like the Strider
cheerfully sultry but none the less living
just like running on a thin ice
leaving all you got behind even if I (you) didn't kill (yet) anyone
and then feel the all, the void, it’s just time about and those are (my) cuts and burns…
lost fairytales ran out, lost, you can’t get (it) out
open up “legs” and get me to the muff
then you’ll get in mud
so deep, it's so deep, you can't even breath or see any light
it’s time you sense time you borrow… it’s the only kind you’ll ever have…
your time, in sorrow…

Sei venuta alla fine. Sì era questa l’intenzione. Sei venuta per (quale) farmi (motivo) piacere. Sono quì e (così) deve (essere) bastarti. La cosa importante è che tu sia quì adesso. Adesso o ora o quì è sempre lo stesso, non ti disse anche Lei che non vi fosse né un adesso né un quando?

Cos’è una costante? Come scrivere? Interrogativo. Come scrivere… affermativo. Sei una costante… affermativo. Sei una costante? Interrogativo, una costante nel tempo, costante come la crescita del corallo, due centimetri l’anno e non importa il mare o la profondità essa non varia e costante rimane. Perché affannarsi, ricerca e casualità non diedero modo ed in nessun modo di spiegarmi. Scri(ve)vo del più e del niente, scri(ve)vo perché pensassi di esser vivo e come in un lungo sogno scrivo per come ci si senta mentre si constati l'inutilità apparente nell’ineluttabilità del protendere senza alcun trascendimento. Studio nozioni passate di un futuro imperfetto, resto per poco, cado spesso precipito e la caduta non è mai un punto di arrivo ma un momento del viaggio, una collisione lungo la rotta. Il tempo di riordinare, il tempo di rendersi conto, il tempo certo attraverso cui ogni bolla luminosa si focalizzi in disegni perfetti e dia una forma ed uno spessore dinamicamente corretti a ciò che si pensi stia a noi intorno, a ciò che regoli e conformi e che non sia, invece di una retta, un inutile girotondo. Ciò che impiegammo per ottenere un risultato cromosomicamente perfetto dopo aver ceduto lembi cromaticamente differenti, dopo che il motore emozionale venisse divelto.

Buio, è sempre nel silenzio, buio, ombra, abisso, pozzo, ritorno, disperso, singolarità plurima… e tu chi sei fratello? Dovrei conoscerti… di te ricordarmi… chi sei fratello? Quì io non dovrei essere ma essendovi, chi sei fratello?
 
L’hai detto… Fratello…