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William J. The Shiner - 09

William J. The Shiner - 09

Ultmo aggiornamento 149 giorni fa da Allegro Ragazzo Morto

Che giorno del cazzo, un giorno afoso e caldo e umido come… come il moccio da scolo indifferentemente dal fatto che vi sia copioso materiale ematico o meno al suo interno. Muoversi nel traffico non è una cosa che ami fare, con questo sbalanco poi, farci l’occhio non è mai stato facile e dopo tutti questi anni alle volte, ho ancora la sensazione di dovermici abituare. Il più delle volte alla guida di codesto ottengo una strana forma di altrui riverenza, insomma, sono gli altri a scansarsi per un motivo o per un altro il che mi facilita enormemente nelle manovre ma questa zona è sempre stata un disastro in quanto a viabilità e sensi di circolazione. A discapito di ogni più funerea previsione acchiappo un posteggio, due ruote sul marciapiede longitudinalmente parlando, c’è anche il parchimetro ma non funziona, potrei lasciare qualcosa ma chissenefotte oggi.

Sono ore, codeste, che non so più contare, durante le quali il mondo (comunque) apparentemente dorme e (certamente) muore e (a volte) riposa e (forse) risorge, durante le quali il tempo si ingegna e stringe patti scellerati con la vecchia memoria di guardia e incide a fondo oltre il primo velo assunto, oltre la normali candide ovvietà quotidiane e i grandi e piccoli dolori che in vita spezzano ogni monotona incidenza. Sono ore che non avrei voluto trascorrere lì seduto ma alla fine l’osso stringe il midollo, il nervo brucia la carne ed ogni indotto risulta quasi placebo. Il mio sonno trascorre perplesso, il mio viaggio ne risente spesso, ogni volta, ad ogni svolta, ad ogni battito come se per proseguire abbia (debba) necessariamente a restare lì seduto ed osservare (nebbia) ciecamente, e dimenticare ricordando ciò che sembra essere ormai (nebbia) sepolto e dissolto… come se la mente tendesse un tranello e la ruota che inchioda e incalza ed incastra ogni singola, spessa, ineluttabilmente amena speranza possa essere solo un nuovo progresso verso (nebbia) la porta sempre distorta dalla maniglia ritorta e la vista che da sul di là sia solo una parte, una voglia, una certa soglia (ovvietà) da attraversare…

Guardalo mentre cosi assorto, regna e governa, da un capo all’altro dell’orto, da quella fila di papaveri a quelle limonare, guardalo incazzato e grasso e mollo, il grande Re Sorcio che siede sul cassero avariato e trapiantato e ormai fradicio, orfano della sua coperta, leccando ogni topa, annusando nell’aria la colpa e la mimosa. Guardalo intento, ruffiano e non poco, guarda come se le sbatte incurante del giorno, del tempo e del vuoto che ineluttabilmente marcia marcendo e avanza e divora, guardalo il sorcio mentre se le lavora. Lo vedi è bello grasso, se lo ascolti sembra uno spasso certo non certo per le tope ma lui è il Re Sorcio e quello sa fare, mangiare, bere e nel mezzo fottere senza disdegnare.

E non che non avessi voglia di parlarti oggi, sai che una cosa che anelo costantemente sia il nostro dialogo perso, sfrangiato, ruvido, incomprensibilmente simmetrico a volte, unico, deleterio, fuorviante, destrutturante eppure in qualche modo… obliquamente costruttivo. Ti accorgi della mancanza di qualcosa quando la cosa che aneli non è più. Il palo del telefono per le emergenze pubbliche accanto alla panchina, vicino a fermata del 66 sbarrato. Che posto di merda eppure tutta l’area è un posto di merda, non dovrebbe far molta differenza un metro più in qua o un metro più in là. Non ho mai pensato che cazzo ci facessi lì, non ho mai pensato diamine era ora di trovarti ma ero stranamente sorpreso, alla stregua di come mi sentii a varcare la porta ed atterrare nel tuo attico. Nel tuo attico fottuto dalle cui finestre, attraverso le veneziane perennemente abbassate e fisse al vetro tanto da sembrarvi incollate, la migliore vista è quella che si ammira di sera. Chiarore arancione per i lampioni e per lo scirocco e nugoli di zanzare del cazzo che si spostano da un lampione all’altro senza disdegnare di quando in quando di dissanguare una possibile quanto probabile vittima ignara. Per questo ci vorrebbe un coprifuoco ma chi è della zona lo sa e quindi fuori ci trovi solo puttane e qualche barbone e i camion della monnezza che spalano tutto dentro, a volte, in modo sin troppo diretto. I cinesi lavorano tutta la notte e puoi sempre farti recapitare un pranzo, certo il pollo fritto del cazzo non mi piace ma tralasciando i sapori e gli eventuali agenti contaminanti sono sicuro che tu abbia apprezzato più di una volta questa sedicente leccornia.

Bella serata per passeggiare. Non che avesse avuto voglia di tirare alle palle, insomma o ci se la sente o è meglio (altrimenti) asternersi da ogni eventuale tentativo. Certo, ci si potrebbe astenere o anche far finta di mostrare poco interesse, alcuna empatia, nessuna vena simpatetica. A volte è meglio infischiarsene ma, cazzo, il mondo non accetta di rallentare il proprio moto solo perché ci si trova nella posizione inusuale di difendere qualcuno solo per il fatto che dica “e cazzo! Non sono stato mica io!”.  Quanto tempo e quanta acqua e quanto tempo e quanti affanni e quanto dolore e quante volte ho smesso di credere e poi riflettere e poi cadere e perdermi ancora una volta. Che c’è? Hai fatto il bucato bello? Niente è pulito vero?

Una volta (MI) hai detto, siamo qui ed abbiamo (siamo) uno scopo, (siamo) un punto, (siamo) un inizio e adesso qui (siamo) stiamo e indovina un po’ caro… stiamo ancora cavalcando l’irta cresta dell’onda del tempo senza sosta senza sosta sempre in corsa e non posso fare a meno oggi, stanotte, oggi e anche ieri di penare e pensarti e rimettere in pezzi uniti quanto perduto, non posso fare a meno di sentire la tua mancanza e farmi forza e cercare speranza, non posso fare a meno di dirti ancora una volta in ritardo quanto ti voglia bene e quanto sia passato. Non sembra, invero, che questo stesso tempo sia invero andato, il filo spezzato, il piano incrinato, il cuore bruciato… ma innegabilmente sei di grande conforto, perdona i miei sbalzi e i miei grandi rialzi, le mie ire ed i miei danni, sentirti seppure all’oscuro è una gran cosa, mi sembra sia già una piccola vittoria seppur lontana e leggera e quasi sbiadita…

Vorresti vedere? Verresti vicino? Verdi vetuste verghe visionarono viole vorticanti, veneficamente varie. Vattene velocemente, vola via. Vattene! Vattene!

Si era insediato in un giorno di autunno, poteva considerarsi un autarchico ma in fondo era un interventista coatto ossessivamente preordinato alla compulsività copulativa. E questo era il re Sorcio, se ti capita e dovessi accidentalmente trovartici a passare vicino resta sulle tue e mostra sdegno ma mai sfida a meno che tu non abbia un’adeguata indole autodistruttiva, a volte fa bene sfogarsi ma se un consiglio posso dartelo io faccio i conti da sempre con la mia rabbia, non so gestirla e per questo provo ad evitare ogni scintilla che possa esplodere e incenerire il mio autocontrollo in un singolo istante e la faccia quindi deflagrare. Lascia stare il Re Sorcio, grasso roditore, signore del bordello silenzioso e putrescente, se non hai meglio da fare passa dritto, buongiorno, bonasera e passa innanzi.

Lo gestiva da prima che i cristiani frequentassero il nuovo Duomo, ce n’era voluto di tempo, quasi un ventennio e poi, alla fine, ecco lì, grande, bello, maestoso, un insieme di stupri spaziali dalla vena futurista intrecciati da molteplici e variegati e continui innalzamenti prospettici e poi alla fine, ancora, cazzo, sempre alla fine, una varia tavolozza di colori  e venature in stile liberty. Ogni santo cristiano ci si recava. Poteva essere l’unico luogo di riferimento… interrogativo, forse. Poteva essere che si trovasse in una posizione logisticamente vantaggiosa… può darsi. Ci potevano essere innumerevoli ragioni, molteplici motivi, ma in fin dei conti ogni cristiano ci si recava con assiduità, un modo se vogliamo, un tentativo di riformare una sorta di comunità, di riaffermare alcuni valori, oppure poteva spiegarsi il tutto a causa dei continui e fottutamente improvvisi temporali estivi che privi di pietà continuavano ad abbattersi come furia cieca su ogni cosa. A questo punto poteva legittimamente affiorare il dubbio che a quei cristiani non fottesse una beneamata trippa di minchia dello spirito e dell’anima ma restare all’asciutto restava una prerogativa di chiunque ed allora le nove messe quotidiane risultavano essere gremite in ogni ordine di posti, rampe, selciati, colonne, botole, porte e portelle.

Anche dopo che il tempo avesse (mangiato) consumato ogni residuo, dopo che la mente fosse (morta) entrata in simbiosi con il cuore mille e mille volte ancora e da esso si fosse (originata) dissociata, dopo ogni (parola) strada e dopo ogni (pensiero) dolore o gioia, anche dopo che fosse divenuto (NIENTE) fuoco e si (morti) fosse già pronti ad originare una nuova scintilla...  non lo (capiremo) scorderemo (capiremmo) mai. Ci sono treni sui quali salire... altri dai quali non vorresti, dovresti mai scendere, treni che sono andati persi e altri che per tutto il tempo vorresti non vedere mai... ogni minuto è una maniglia, ogni ora una porta, ogni giorno un viaggio, ogni sussurro una sanguinosa poltiglia. Era quello il migliore luogo, il posto dell’accesso, la porta del cesso, la nuova strada caldamente tanto asfaltata quanto consigliata sinonimo di riferimento, di pronto intervento, di alto gradimento. Dove si fermano i treni a volte convergono i pensieri e le essenze perché a volta l'anima stessa è una stazione. Attendevo scrutando di quando in quando i secondi progressivi, i minuti più lenti e le ore di marmo.

E quel giorno il Re Sorcio strappò un inguine al giullare di corte e lì lo lasciò in mezzo all’orto, senza il gingillo, annaspante nel suo rosso liquido pulsante in brodo di interiora piene, con il collo ritorto. Il suo muso irto di aguzzi dentini, strappavano carne e brandelli di casacca, lordandosi il pelo irto ed ispido e nero e grigio e ogni altro succubo piegava il capo rosicchiando a sangue la propria coda così come dal Ratto supremo ordinato. Lunga vita a Re Sorcio che fotte ogni topa, che comanda fin dove il suo occhio, il suo unico occhio iniettato di Toxoplasma gondii può arrivare. Lercio nei modi, marcio nei confronti ma sempre Re Sorcio di Fotti-Ortolandia, sogghigna e sblatera e tiene a ferro e fuoco e morte e cuccagna tutta la campagna.

Gli scrupoli si affacciano alla finestra ogni volta che questo mese del cazzo si mostri, non è il peggiore ma ad ogni modo, resta sempre un mese del cazzo. Ricordarmene non è un problema perché la mia memoria è utile solo in pochi casi ed il tuo è uno di questi. Sai, ho abbandonato le cattive abitudini ma la strada da fare per essere comunque integerrimo è lunga e rognosa e in fondo non ci si può aspettare che sia diversamente. Una volta o l’altra credo che andrò anche io a vedere quel circolo, il Suo circolo. Tu ci sei stato all’ultimo, lo so, qualunque fossero le tue motivazioni probabilmente avresti preferito magari lo stesso poligono, ma sai, molti lo chiamano circolo, altri come me, poligono. Non ho mai avuto modo di fare due chiacchiere con il tizio delle tubature, se lo incontrassi oggi potrei anche bruciarmi in un istante tutta la pazienza  e la diplomazia che credo di avere messo da parte in virtù di questa possibilità, eventualmente chi lo sa, per lo meno potrei venire a patti anche sul treno, quello che passa sempre di questi tempi incurante delle ere e degli eventi, delle persone, degli affanni, dei ripensamenti e dei malanni. Non stai fumando ancora, tranquillo ti ho portato una stecca di Presidente, ah… non sai come sia difficile trovarle al giorno d’oggi, hanno un odore caratteristico, inutile negarlo, non so, probabilmente è stata la prima marca che abbia iniziato a fumare di nascosto, te ne prendevo un paio la sera quando il pacchetto era pieno per due terzi in modo che non te ne accorgessi in maniera così lampante, poi invece iniziai a comprarle con la scusa di portartele. Tieni… fumatela pure… io aspetto.

Dolcemente asperrimo, il presente passato di un secondo infinito, memoria tattile, letalmente vitale... com'era Lei... non si può scordare ciò che semplicemente non può esser dimenticato perché è sempre in noi... presente... e se l'anima ha un senso e se la vita una ragione, il cuore continua a ricordarcelo. Basta un po’ di bontà, un pochino atta, bella questa, a far sì che anche quell’altra, la volontà, risplenda un poco. Non è una guerra di bottoni ma  la volontà si comprime come atomi di azoto affrontati e surclassati da una bassissima temperatura e senza adeguato spazio la pressione farà il resto, distruggerà ogni cosa se non ci si è dimostrati lungimiranti ed accorti, ma la bontà sta bene anche da sola perché la (il mio pensiero) volontà (il mio pensiero) a volte non arriva a manifestarsi, resta sopita, letargicamente accesa.

Quel giorno al poligono ci fu un intoppo, sai di quei problemi a priori gestibili ma che a lungo andare, indipendentemente dal fatto che si possano ignorare o tralasciare, esplodano infine come il profumo bruciante dell’aconito a contatto col flusso venoso, un primo shock inevitabile serve solo a renderti conscio di quello successivo ed immediato a contatto con il flusso arterioso. Avremmo dovuto giocare a golf, quelle sedicidicosedicifottuamentesedici buche così invitanti ed io… morivo dalla voglia di provare la mia nuova mazza in titanio, altro che balle, una mazza al titanio se giustamente calibrata ti porta come minimo dieci metri oltre la tua soglia massima e senza favore di vento. Già, il sistema normalmente garantiva (avrebbe dovuto garantire)  che tutto funzionasse, non so chi fu quel tale del cazzo che impattò con il suo cingolato lungo le arterie principali antistanti il migliore green. Il centro del poligono o del circolo chiamalo come cazzo ti pare. E quel tiro in fondo sarebbe potuto essere molto diverso, la scheggia d’argento già impregnava i canali più piccoli tentando di arginare le esondazioni più gravi.

La cosa buffa è che proprio attraversando la strada e superando gli agglomerati abitativi proprio davanti ad essa si apre una steppaglia che si annulla su di un’altra strada rabberciata, una strada, sì una strada ma di ghiaia e terra e detriti di vario tipo. Passi anche quella e comincia un leggero declivio e presto si inizia a calpestare terra viva e poi sabbia e poi la salsedine aggredisce i tuoi sensi, la salsedine e il tanfo di sorcio. Lo sai a quanto vada il sorcio? Va a quattro al chilo, spesso non te ne accorgi ma tutti gli altri accanto stanno dormendo. Se non hai scrupoli particolari continui il percorso ed arrivi proprio a sfottere l’oceano e la sua maestosa risacca, a quest’ora è deserto, il caldo, gli insetti, le alghe marcescenti ma l’oceano… che spettacolo e questo vento caldo ed imperterrito, soffia contro le onde increspandole assai. Al mattino niente è più rilassante di recarsi proprio lì, magari dopo aver fatto fuori qualche altra porcheria fritta e lasciare a debito tempo e momentum che l’alcol faccia il suo corso ritrovandosi così a fronteggiarlo cazzo all’aria tentando di annacquarne un poco la risacca.

In fondo ci penso un po’ anche adesso, dovrei portare le mie rimostranze al proprietario del circolo, al capo del poligono, già proprio a lui, e un giorno al signor Willis porterò anche le tue rimostranze e le mie, succederà un gran casotto e ancor prima, per essere nella giusta ottica e nel giusto spirito, ne dirò quattro anche al Re Sorcio.

Ma volontà, cosa è volontà interrogativo. Volontà… la mia volontà e anche, sta anche nel pensiero, il mio pensiero e allora ancora una volta, una dannata volta, volontà è il mio pensiero… ustioni 59, volontà zero.