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William J. The Shiner - 10

William J. The Shiner - 10

Ultmo aggiornamento 15 giorni fa da Allegro Ragazzo Morto

Piccole e grandi (ripercussioni) sollecitazioni (tattili) visive, persistenti ed intense interferenze sonore, pensieri (malattie) ridondanti come le preoccupazioni (necessarie) inutili e parole… quelle parole (sensazioni) che avrei potuto (dovuto) usare, dire, farti (dovuto) ascoltare (seppellire),  quelle stesse parole che costantemente morissero senza possibilità alcuna di sopravvivere. Spesso si (anda)va avanti  per silenzi, può anche andar bene ma il silenzio è peggio di una parola in quanto ad interpretazione. Con il silenzio può ossimoricamente esprimersi qualunque concetto, il problema è ovviamente altrui ma l’uso costante del silenzio comunicativo è (necessariamente) a lungo andare deleterio. Prima o poi, decisamente prima di poi…  dovrai deciderti ad aprire gli occhi.

Entrò in casa, finalmente casa, lasciò cadere le chiavi e salì per le scale, percorse il ballatoio sino in camera, indosso ancora l’abito scuro, si soffermò davanti lo specchio, osservò con ineluttabilità la propria espressione, lo sguardo spento, una smorfia… quella smorfia di circostanza mista a rassegnazione. Se ce lo si aspetta non si può restarne stupiti, se non ci se lo aspetta si può restarne basiti, in ogni caso il caldo opprimeva l’anima, la tristezza seccava ogni pensiero e le parole… beh le parole non avevano avuto una grande importanza e non solo in quel momento. Rimase in piedi, rimase per tutto il tempo senza distogliere lo sguardo dalla superficie cosi iniquamente riflettente e non si accorse della sua presenza, proprio lì, proprio in quel momento.

Probabilmente la memoria è il pericolo maggiore, la rete definitiva, la pozza dalla quale una volta caduti non se ne esce più, per propria indole, per propria volontà o come spesso accade… per innata debolezza. Della memoria farei anche a meno ma quantunque abbia a fare dell’altro, la proiezione di assoluta incertezza rende congruo il fatto secondo cui ogni ricordo affiori in modo palese, ogni luogo sulla mappa del tempo, ogni piccolo o grande vincolo e anche ogni più profondo senso di disperazione si riveli annientandosi.

A tarda notte dall’isola, la laguna risplende(va) solo sotto un cielo stellato, l’odore acre però non cessa(va) ed il silenzio… ogni silenzio si ispessisce a tal punto da rendere nostalgico il freddo rosicchiare dei topi. E la veglia… quella era inattesa, scostante, un po’ agitata un po’ distante, quanti elementi da ponderare in una sola notte, decidere, andare, decidersi, restare, aspettare o semplicemente scappare. L’isola non aveva alcun senso, ogni cosa su di essa lentamente ormai iniziava a sbiadire, sarebbe andata via nel tempo in modo ancor più veloce non appena la notte e le idee si fossero schiarite. C’era da considerare la quarantena, erano tempi difficili, non adatti a soluzioni efficaci e di una certa importanza, molto era governato dall’ignoranza, più di una miopia scientifica. Era il risultato del tempo, del momento attuale ma la veglia iniziava ad essere insopportabile e per questo l’alba portò nuovi pensieri e nuove azioni. Al di là dei nugoli di parassiti, dei lamenti, delle bende infette e del fumo dei depositi ormai arsi, il sentiero portava alla strada maestra, longitudinalmente poteva osservare comodamente ognuno degli undici fabbricati presenti. Con la notte era andata via un pezzo di storia ed una nuova al contempo già (ne) usurpava ricordi e dolori.

Non capiva come vi fosse arrivato ma vide la porta, la oltrepassò, il letto rifatto, profumo di fresco in aperto contrasto con l’odore nell’aria caldo e bagnato. Intermission. Pausa. Lasso di tempo non quantificabile. Calpestò il tappeto verdastro ai piedi del letto, estrasse una sigaretta e ne stropicciò l’estremità, istintivamente una mano afferrò il cerino sempre presente in una delle tasche dei pantaloni. Pausa. Lasso intermission. Aspirava una boccata lenta e fragrante. Era ancora seduto lì, mani sulle ginocchia, la sigaretta a consumarsi lentamente serrata tra le labbra, aveva visto ogni cosa, sapeva ogni cosa, sentiva ogni cosa, merito forse della nuova esistenza, merito forse della continua costanza, rimpiangeva solo il suo attico segreto, rimpiangeva probabilmente l’inadeguatezza del tempo, la tempestività del momento. Fece solo un lieve cenno con il capo, esprimeva ancora una volta un silenzio comunicativo, più che appropriato data la situazione. Si sarebbe mosso a breve, una visita breve e di cortesia, una piccola interferenza cognitiva in mezzo al flusso costante che forse non avrebbe lasciato alcuna traccia ma non aveva più alcuno scrupolo per interrogarsi sull’effettività delle proprie azioni.

Ricordò allora quel fottutissimo pomeriggio di una estate agostiva da ragazzini, caldo roboante, vestiti consunti, pensieri nessuno e capacità di divenire spericolati davvero in percentuale esasperata. Ad un tratto, il savio del branco inciampò scatafasciandosi il ginocchio proprio su una di quelle pietre, una delle tante, eccessivamente protundenti e innaturalmente divelte, aperte come una cozza. Un urlo di sorpresa e di dolore gli rimase strozzato in gola perché collassò immediatamente alla vista del proprio osso rotto, spuntato, prominente in mezzo alla ciccia esposta e rossa e pulsante. Gli tirarono via la maglietta di dosso e proprio lui gliela mise intorno a quello spuntone. In pochi secondi divenne scarlatta e gridò agli ebeti presenti di aiutarlo per poterlo trasportare. Il povero era ormai in preda a shock e collassato, potevano tentare di portarlo a casa (non saprei dire  adesso di chi) ma comunque a casa di qualcuno sarebbero dovuti arrivare e in fondo vi arrivarono, non certo a casa sua, troppo lontana, troppo distante e troppo incerto e precario il trasporto. Riuscirono a sistemarlo su di un tavolo prima di chiamare ulteriore aiuto. Niente telefono, niente  pronto intervento, solo loro. A trovarsi da soli in codesta situazione ci si sarebbe rimasti in modo definito e permanente contro quella pietra. Adesso che ci pensava a distanza di oltre cinquanta anni le cose non sembravano essere molto differenti da allora. Si fa molto presto a morire e molto presto a scordarsene.

Mi scuserete se ogni volta (che sia necessario) che debba farmi in quattro per un qualunque motivo/cristiano/musulmano/fatto/corpo astrale, cometa, pozzo, odontoceto del cazzo che dir si voglia, non usi la mannaia per farmi in pezzi. È vero, necessariamente vero, posso farmi in quattro per ognuno di voi ma guai a chiedermi di andare  in pezzi allora sì che il controllo della rabbia andrebbe per peripatetiche. Certo è… dopo ogni volta, non importa che sia essa la prima o la seconda o la successiva o fottutamente o per quello che vale… l’ennesima… non provi prima, appunto, un senso di inadeguato e ruvido autocompiacimento. So di avere abbondantemente sfiorato tutti i peccati capitali ma tra i vari, tra i molti, è proprio l’autocompiacimento a non appartenermi, a non appartenervi, sapete come sia… leggete per come si pronunci e non per come si scriva, mi scuserete se oggi ci ritroviamo tutti qui… riuniti in questo grande, ampio, espanso sotto scala un po’ all’americana. E qui riuniti, una visita al fottuto Poligono o Circolo che dir si voglia è d’uopo.

Ma chi t’ha detto che la quarantena (non) sia ancora in atto? L’isola dorme e con essa i corpi e le speranze, sai che in codeste situazioni ci si dovrebbe almeno astenere dal respirare per non rendere invidiosi i morti. Ci si fa l’abitudine al silenzio ed alla desolazione, ci si abitua ad ogni cosa, alla vita e ancor di più alla morte. Si fa molto presto a morire e molto presto a scordarsene.

A cavallo di due terre, sospesi tra imprescindibili vincoli di rettitudine, là… ove Tutto regola e regna, là nottetempo avanzando, sempiternamente soffrendo, tentai di ricordare quali che fossero le principali ed essenziali condizioni della buona esistenza. La prima era di non trovarmi in luoghi a noi comuni, era, tutto sommato una buona scelta ma difficilmente praticabile sia per le possibilità, invero, di effettiva riuscita sia per le probabilità. La seconda era che in fin dei conti avrei potuto benissimo optare per la frequentazione di luoghi non consoni seppur comuni. Quelle pozze, aeree aree, camere o stanze… quasi aule fasulle frequentate senza alcuna voglia di restarvi, aule vuote prive di  qualunque tutore e sparse in giro come celle di un alveare in lungo ed in largo ma con la prerogativa che, per quelle localizzate al piano terra, in caso di defenestrazione, non ci si sarebbe mai pentiti o  fratturati alcun che. A rigor di logica non mi sarei marcito oltre modo e in ultima analisi, non certo per importanza, sarei rimasto libero di incedere altrove.

Questo periodo come anche il resto resta nebuloso comunque… perché al di là dei ricordi smossi al cospetto di Quadi ogni fottuta e maledetta mattina, quasi mai ritorno su cotali vicissitudini. Non so se debba esserne sollevato o affranto, non capisco se da tutto questo, intanto, possa assicurare al camice bianco il paziente lettore o l’accidentale perditore e sperperatore di tempo proprio ed è anche vero che nonostante il tempo galoppi,  non ci si sia nemmeno addentrati nei costumi e negli usi delle varie particelle pronominali. Non ancora almeno, non per il momento.

Qui, là, non fa differenza alcuna, il tempo, il mio pensiero, la moto, le gomme, il gatto, la faccia riflessa, il mio ombrello, strade e cortei, spengo la luce, tutto e niente, ti torna… ritorna, mi siedo, il tavolo, lo scritto l’ho scritto e poi basta, andare e venire, cercare ed aprire, scrivere ancora e niente sovviene o niente mi quadra e sono ancora qui a pensare e scrivere e cosa scrivere e cosa pensare sono/sei assorto/a e cerco una risposta tra i mille fiori della tappezzeria del negozio tra uno squillo e l’altro della cassa, tra una nota e l’altra del basso che mi suona in testa, tra una squillo e l’altra agli angoli presenti e tra una gelata e l’altra. Si vuole, mi duole, si cerca si astenga, per duo e per uno, siamo al tavolo aspettando il vino e poi lei si alza e non guarda lontano, le cade la brocca si estende il frastuono, il silenzio dilaga mi taglio la mano. Scene rivedute, corrette e analizzate, tutto ritorna (e) soltanto oggi non mi giova, soltanto oggi non resta che la sensazione di qualcosa ancora lontano.

Weather is gray, not such of a change, while driving… hills and fields are all same, some of ‘em yellow already some others still green as trees while birds fly low and wind keeps his mouth open. Traffic jams in cities, that's why I rush by the countryside, I don't like anyway what’s big city life’s about, I'm lazy, I'm old, I'm done for a lot of things so I prefer silence and solitude standings as my thinking.

Scrivere è una malattia, un cancro al contrario, leggere è il placebo che fa espanderlo, leggo e ricordo, guardo e mi stanco, riprenderò la/il moto appena il ghiaccio passa, la notte è lontana ma qui il giorno si ferma, sono in una pressa non posso più respirare mi serve di andare ma resto a pensare. Immagine impressa restante depressa. Ancora oggi, domani si vede, ancora oggi qualcuno mi chiede, siamo per questo, per quello che siamo, stringo la mano, maledico il dolore, ci siamo riesco, mi prendo un gelato e poi ritorno tra neve e ghiaccio a guardare i (dolori) fiori su/di questo piano.

Lo/mi accolse allora un gelo artico, non ero in vena e poi sapevo già cosa avesse in mente di dire. Ognuno, non importa chi, ha sempre una scusa pronta ed io ho sempre una tegola pronta da lanciare e quindi siamo pari, stiamo pari o forse non stiamo affatto pari perché ho parecchie tegole arretrate da lanciare e non è detto che siano riservate alla stessa intransigente persona, allo stesso coriaceo individuo. Infatti, non ce n’è mica un solo e, sfortunatamente o fortunatamente, è solo una questione di tempo. Il gelo artico comunque continuava e resta comunque inutile tentare di porvi rimedio. Silenzio, ancora, ventitré interminabili secondi prima di accorgersi dello stato in atto, è come riattaccare per mai più chiamare o meglio, lo si potrebbe anche faro ma tanto lo si deve sapere che la speranza è come una presa telefonica staccata, come un terminale con la segreteria disattivata e quindi niente messaggi post chiamata, niente pensieri e niente allusioni e per quel che valga dimentica ogni emozione.

Questa è una comodità, l'ora era piccola ma così piccola da sembrare un secondo e poi ancora un'ora e dopo solo tre secondi con gli occhi chiusi mi sveglia ed è la veglia ed è già ora di andare, credere, partire, vivere,  lavorare tu credi? Non posso (continuare a) fare questa vita per sempre. È sempre una questione di volontà checcazzotricredi, ma adesso è sotto controllo come il mio pensiero e per questo ancora stabile ustioni 59 volontà zero.