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Set Teddi Sioton Omba 01

Set Teddi Sioton Omba 01

Ultmo aggiornamento 22 giorni fa da Allegro Ragazzo Morto

Solo di notte, solo per un istante, solo per una parte, solo in disparte, sempre e comunque un (intimo) istante, uno tra tanti, uno dei tanti, uno fra quanti anni, uno su un miliardo ed altrettanti. Troppo difficile arrivare alla porta, troppo lontano fermarsi ancora una volta, arriva una (tempesta) nuvola... è una piccola piuma grigia (di) una leggera densità differente quasi invisibile eppure prosperante e consistente, attraversa(ndo) lo stato, si spande e prolifera, infanga e disperde e la mente si perde e il pensiero ridondante infrange ragionevolmente prescindente dall’io. Solo di note, solo di notte e solo a volte faglie di foglie faglie di foglie e foglie a fogli e fogli a foglie.

Questo è quanto, questo è quando brucio un pezzo alla volta, quando pago ogni fottuto debito del cazzo un pezzo di pelle alla volta, una fetta di vita morta alla volta durante un eterno secondo. Gli occhi si chiudono ma non dormo, sono stanco ma troppo per essere morto, sono a pezzi ed afferro frattaglie, sono stanco ma non riesco a dormire e la notte non porta alcun consiglio o riposo ed è inutile come il divenire.

E quel giorno sul treno, un giorno di treno, quel giorno di treno, un giorno che non schioda sul treno (quel giorno intero) che non passa, (quel giorno nero) che non basta, che vuoi la pasta (ripeto) faglilapasta faglielafaglielafagliela faglilapasta faglielaebasta faglielaebastafaglilapasta, un giorno sul treno che non basta mai, sempre in attesa perennemente in ritardo; io, dannato, il ritardo è una simbiosi con il cervello, l’ipofisi gira sempre a puttana e il sistema linfatico degenera in fretta. Oggi appena ieri ma sempre prima di arrivare a destinazione, sempre prima di arrivare sino in fondo, sempre guardando da un finestrino all’altro con il timore di aver volato via la stazione utile al viaggio, alla meta, alla trama del messaggio, perdendo il vantaggio, testa a testa lungo la linea che porta alla fonda bruciando l’impennaggio e sacrificando l’equipaggio. Sempre in apprensione strizzando dalle mani ogni sudore. Il treno, questo mondo trasversale dove nulla è mai come sembri ma tutto è (obliquamente regolare) come non è. Sempre in silenziosa contemplazione strizzando via dalle mani ogni pudore. Seduta stretta, seduta bassa, seduta di sbieco ed il tempo non passa, seduta acquattata, seduta dimenticata, alla fine la maggior parte del tempo si resta in piedi (dritti, triti e ritriti) lungo il corridoio perché almeno ci si muove senza mai pensar poi troppo alle attese, alle soste, alle stazioni, all’idea andata alla certezza sfumata, al continuo sali scendi, alla pressione alterata, alle facce, alle vite, alle morti, a quello che sia, al merletto ortodosso, al cesso di fretta e (triti e ritriti) dritti nel fosso. Perennemente in tediosa computazione lavando via dalle mani ogni dolore.

Not(t)e di basso, metrica semplice, aria dinamica… quella del basso, metrica d’uopo; a priori… per nulla pretenziosa essa è quella che è e quello è, un filo conduttore attraverso il quale molti altri (intenti, idee, pensieri, bisogni, note e mani) ricameranno produrranno espliciteranno materiale del tutto inutile forse o semplicemente troppo istrionico; necessario si userà allora dire, intenso si potrà osare di sottintendere, ottenebrante nella vena del profondo blues per darsi un minimo di splendido atteggiare arrogandosi alcun contegno e modestia o perfidia montandosi l’inutile testa. Sono note (di notte), lunghe e lente, quarti di (note) basso appunto e (note) canta di un basso a sei corde e conta di un basso a sei corde che estende i suoi limiti oltre il consentito ed è un piacere anche solo (spaccarlo) accordarlo. Che danno ho (hai) fatto, qualcosa di molto stupido (ho fatto) ma adesso ho solo altro danno su danno da aggiungere a quanto (hai) fatto e le note queste fottute aleggiano serafiche stagnando imputridendo per troppa incuria ed approssimazione e la notte di note (ne) fa incetta ingorda e tira che tira il salto è bastante ed il peso sufficiente a non spezzare la corda e vomita la notte di note e di accenti e nota ogni nota la notte e gli ultimi intenti.

È solo un’altra piccola impronta rovente improvvida e porta dolore solo a priori e poi si adegua al niente costante, al vuoto coprente al nulla presente consistente, una di tante (note) in modo costante perché mai come adesso i mie occhi vorrebbero essere chiusi ma osservo impotente il mio logorio, la mia insofferenza ed ogni infezione non porta alcuna distrazione superflua, brucia e continua in queste lasso straniero nel tempo ed osservo ogni riuscito tentativo di fallimento e (vi) ottempero, scrivo, attendo attento ad ogni segnale. Vorrei dormire, chinare il capo, perdere il tempo e in questa notte, approfittando, restare lontano e tagliato, restare fuori dimenticato.

Partì purtroppo scaldata nell sole, partì delicatamente (arroventata) come distacco inevitabile e possente, partì perché questo (si) fa (con) il treno, ed a mano a mano che il treno progredisce, la pioggia, manifestando il proprio disappunto esprime una punta di cordoglio goccia di vomito (in fondo) che peccato perché sei ancora stanco, ritorto, resta e devi restare a ridosso, rimosso, percosso, non te la senti ed allora resta e devi restare (goccia di vomito) morto. Sono arrivata (purtroppo) con il diluvio e tutto prende una nuova piega o pozzanghera, dipende da dove (si) guardi. Un tavolino rotondo troppo basso (p)e(r) una colazione frettolosa per non sprecare nulla più del necessario di una (malattia) mattina che sembra invece essere partita a razzo proprio perché è la mia (ansia) mattina (del cazzo) libera per il treno e per la mia (paura) pausa di riflessione. La mia anoressica axxxa si ferma, indugia, disperde (di notte) e mi perde (in note) come se ogni (notte) svolta fosse una latrina profonda che vomita (note) contro ogni vetrina. Sei arrivata (peccato) tenendo conto (peccato) del tempo, del mezzo vento e di Tren(t)o, nemmeno fossimo in pieno centro con i guanti e gli occhiali a far saldati speciali, scatolati perfetti ma ignorati, siamo restiamo perdiamo il mezzo e il fischio lontano che scoppia l’orecchio, tra le teste, sotto le feste, spostiamo larghe vasche di intenti e sì… questa volta di pensieri in saldi dovevi restare dovevi aspettare dovevidovevidovevi quante cose avresti dovuto fare. Parti diverse, partì partecipammo irrompendo traumatizzando nemmeno l’ombra e lei (ancora) guarda il lungo ed il largo guarda, squadra, riordina ed osserva (il lardo) e intanto guarda ancora un po’ per tutte e due come se io non avessi (più) occhi per procedere abbastanza, in distanza con lungimiranza, triste progressione, triste e senza importanza e sarei dovuto restare invisibile e perso e morto ad oltranza.

Note di notte. Bene non va affatto bene non va male ma male che non vada (male) effettivamente così (bene) male, incerto il fatto (bene) che vi sia o meno la possibilità di (male) cambiare lo stato in essere, declinando ogni altra possibilità, accedevo senza preclusione alcuna all’altrui conversazione. Cosa avesse da dire non potevo saperlo però qualcosa sussurrava (note) e solleticava la mia (notte) scarsa curiosità. Vorrei poter affermare che ogni (notte) curiosità si sia infranta contro il muro di (note) solide certezze ma invece il muro esisteva ma era solo un’apparenza. Era come cartongesso non ci vuole molto a sfondarlo con una testa così dura. Insomma ancora e solo apparenza e cosa resta del giorno? Un paio di fogli scritti per metà, in senso longitudinale, un paio di fogli scritti per intero, un foglio accartocciato perché ciò che in esso è stato scritto non è più di importanza alcuna visti i recenti sviluppi. Nottetempo lentamente la ragione usava mezzi coercitivi per ottenere una netta prevalenza, non dico che non ci sia riuscita ma a volte i conflitti laceranti sono quelli che passano inosservati e chissà perché ogni particella elementare risulta essere causa di danni inimmaginabili e disastri enormi. Se improvvisamente il verde lo vedessi blu ma lo chiamassi verde avrei allora una percezione alterata di una condizione da molti altri considerata normale. Non andrebbe mica lontano di questo passo perché in effetti la vera strada da percorrere è da tutt’altra parte e si sta qui invece a contemplare il cartello caduto e quale direzione stesse ad indicare.

Note di notte. Notte di basso sudicio, pantano adiacente, scarno accesso in credito di affitto, lampadine ronzanti nell’aria stagnante, umido sale bruciante che umido sale lungo le caviglie mentre pareti di carta fradicia dissolvono ogni segreto notturno, ogni profonda vergogna, ogni tentativo di restare nell’ombra. Notte di note di basso veloci e sincopate volendo fare impazzire l’arrangiatore, il metrico scientifico degli altri elementi. La batteria, la grande bestia percussiva, si completa naturalmente al basso, un po’ meno la chitarra ma questi sono sempre (sofismi) e solo (sofismi) punti di vista e normalmente il proprio si lega indissolubilmente a quello del tipo del proprio strumento non importa (certo che importa puttanaeva) quale esso sia. Liberi di pensarla (certo che importa puttanaeva) come peggio vi sembri ma dell’altrui pensiero e sentimento nulla mi tange e mi scuote e mi intriga, è così perché è così ed è così perché così vada.

Strimpellava pizzicava stuzzicava ad ora tarda e quella striscia (bianca) di basso iniziò ad insinuarsi piano piano, senza volere, una promessa di metrica suadente, un accenno di estro creativo, del genio mischiato con sonore sberle. Era (una striscia) quasi (linea) più che abbozzata eppure così autonoma, priva di fronzoli, pulita, essenziale, distopica nel suo livello di marea aberrante. Quei dieci minuti diventarono velocemente quaranta e l’ora alla fine sembrò essere piccola e rapida e tarda. Un’altra striscia questa volta più lenta che duri infinito senza per questo perdere di sostegno, di intensità eccitata tramite lente di grande spettro ma anch’essa regolarmente pronunciata indifferente di innumerevoli gocce rosse irrompenti sulla noce consumata, sulla piatta volatilità dividente il caos dalla propria apparenza. Note versate con incuria lungo la notte che lievita e incamera e gonfia e scoppia. Accampando tempo ulteriore su piani scoscesi e scivolosamente pericolosi, oltre Urano e l’infinito, oltre il confine della pura percezione, oltre lo scosceso e psicolabile intento di recuperare terreno e crediti perduti non infiniti ma infinitesimali seppur dirompenti e scintille e scintille e schegge e ossigeno a perdere.

Last night, too late, too fucking late to really understand (b)itch other by phone, maybe I was upset maybe (s)he wanted to get upset, we sure are good… very good in fighting so that’s what happened, good for me, not so good for him and her at all, that’s what I think anyway. Fucking coffee it’s not ready yet.

Andrebbe bene, farebbe altro, resterebbe vuoto, oltre il distopico, oltre il resto ingiustamente immaginato, oltre il verso imitato. È prassi che si estingua, che si decanti irrimediabilmente e si spenga. Infinite verifiche, infiniti modelli e percezioni temporali alterati e tutto a ciò ripiega in vago senso dell’equilibrio. Non è la prima volta, non sarà l’ultima e sicuramente altre azioni verranno intraprese oltre ai viaggi e alle distanze che bene o male segnano la marcia giornaliera secondo tabelle più o meno organizzate. Magari partirò con la pioggia, domani ci sarà tempo e modo per allestire una partenza rapida ed indolore ma per oggi sono ancora presa dallo scartare pacchi e separare generi e autori. È tempo di una sigaretta, di un’altra fetta, di sopportare mentre l’ossigeno brilla e il resto si griglia. Guarda l’interno, osserva la gente, osservo la mia anoressica axxxa e mi chiedo perché sia arrivata qui adesso… Forse è stato (solo) un(a notte) attimo, una scelta effettuata in un microsecondo, una scintilla nel multi-verso che prima o poi si conseguenze disastrose su sistemi (riserverà un enorme pezzo) innumerevoli sistemi.

Ti ricordi la serie del sessanta? Come no… una delle migliori, quelle linee così pulite, stavo pensando… magari possiamo portarla sul terrazzo, la rimessa è proprio lì… sembra una cosa alquanto inusuale da fare non credi? Sì certo… ma è proprio così che dovremmo fare oggi. Non andartene. Lo sai che ci son cose da fare anche oggi… perché non rispondi a quelle chiamate o stacchi quel dannato telefono? Credo farò la seconda. Bene…

Percepito il d’uopo, scruto, osservo, intellego ogni sconcerto, splendidissima oscurità che tutto avvampa, oltre la coltre profonda di bruma si innalza, senza sussulti ma calma e piatta mangia annulla e corrode ogni cosa e l’aria sempre più rarefatta diviene superflua. Mi attrae questa variante coomologica. Nuovo corso… d’uopo… davvero, ustioni undici volontà zero.