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BaSin City - La Fabbrica di mezzanotte 01

La chiamata arrivò all'improvviso come tutte le chiamate di questo tipo, una situazione, un luogo, una voce brutalmente interrotta dal mono tono della linea, la stessa mano al centralino aveva anche trasferito la chiamata alla coda di pronto intervento, una mano tra le tante, un intervento tra i tanti, uno dei tanti, una nella notte, uno della notte, una notte, (non) una delle tante, quella notte… la più fredda dell'anno, la più consona per chiamate di codesto tipo. Impulso, connessione, impulso, azione meccanica, azione indotta, verifica visuale, verifica manuale, autorizzazione, accesso mezzo, carico personale, carico attrezzature, carico attitudinale. Gomme stridono, motore sovra giri, innesto marcia, rapporto integrale, questione di Karma, questione di culo, questione di equilibrio e movimento angolare. Ogni qual si voglia legge fisica (è) era in agguato e ultimo ma non per importanza… Dietro ogni angolo Atropo fischia.

Che tempo freddo, la pioggia incurante delle basse temperature sfidando la fisica più elementare manteneva il suo stato bombardandola senza sosta. Non era la prima volta, non sarebbe stata l'ultima. Nessun centro produttivo o volano presunto di sviluppo agevolato, nessun contratto commerciale o aggancio per una maggiore visibilità sul mercato. Nacque per caso, senza un piano di espansione, senza un progetto temporalmente accettabile. I ritmi delle fabbriche all'epoca erano dei più disparati, diurni e notturni, sincopati, fermi, prolissi, aggregati e tuttavia... lei nacque per caso. In un'economia a parte per chi non avesse alcuna aspettativa, alcuna intenzione, alcuna preclusione e nel contempo alcuna possibile sperimentazione o chiara idea concettuale. Avute le giuste materie prime e le giuste interazioni senza, ancora una volta, una seppur minima bozza chiarificatrice, venne creata e si issò da sola sfidando prima di tutto la gravità e poi il tempo. Perché nel tempo le cose comunque accadono con o senza intento. Accadono nel bene e nel male, nel bene e nel disastro, nel bene e nel nulla.

Concitazione, strade deserte, suono bitonale persistente, strade tutte uguali e al contempo variegate da sintomi e apparenze, sopra il ghiaccio e sotto di esso, l'indicatore di carica al massimo, una piccola tempesta elettrica da scatenare nel caso in cui ve ne fosse bisogno. Vigili, costanti ma repentini come i gesti studiati come da prassi, a volte piccole mosse a volte disperati tentativi, a volte la porta è abbastanza larga ed altre volte c'è solo da scavare. Il tempo è un attimo, un minuto di un’intera notte spruzzato di bianche chiazze come luci in una galleria che non sempre porti da qualche altra parte, un rapporto consumato troppo in fretta e senza nessuna intenzione di procurare piacere ma solo dissoluzione, ausilio, rotelle, piccoli tubi, aghi, laccio stringe, pompa gonfia, impulso elettrico, risposta visiva, frequenza, picco, caduta, picco, sincope, ancora picco e quindi nuova tempesta elettrica. Dietro ogni angolo Atropo sogghigna.

Seppur piccola ed inesperta avanzò in un mercato già troppo profondo, già troppo permeante e conformante. A volte la scelta è il bivio e il bivio è la scelta ma da piccola si (aveva) ha solo un lungo nastro, che porta piccoli frammenti, piccoli indizi, per un futuro prodotto finito e l'esperienza le mancava così come anche la consapevolezza. Si accetta allora la casualità, un processo combinatorio secondo il quale alla giusta temperatura ed alla giusta somministrazione di elementi, con l'innestarsi di un determinato impianto la produzione, ipso facto, la produzione divenga attiva. E da piccola, con enormi difficoltà, tra altre ben più potenti e drenanti, ben più competitive e torbide, crebbe lentamente, ricevendo adeguate forniture di energia e ricevendo anche piccoli fogli si istruzione lavoro ed all'aumentare della produzione, conobbe l'ampliarsi della propria impiantistica, delle proprie radici, della propria struttura. Una struttura gracile in principio ma comunque salda nelle fondamenta, nei pistoni e nei plinti, nei tubi e nella pianificazione di una possibile quanto improbabile produzione. La gravità continuò a sollecitarla il tempo invece sembrò lasciare la mano, ovviamente senza darlo a vedere perché riscosse anzitempo il proprio credito.

Ricordava… cosa ricordava, quel tempo passato o quella memoria selezionata in mezzo a mille altre, un singolo fascio di luce evidenziava le pratiche che più (le) servissero e che non fossero (però) necessarie a proseguire, che non servissero e che non servono, probabilmente, a migliorare lo stato e semmai contribuiscono ad innescare una marcia più violenta verso una meta non del tutto chiara e specificata. Memorie o percezioni selezionate in mezzo a milioni di altre, esperienze passate, fotografie di realtà gialle di tempo, pensieri ingegnosi o inconsapevoli, avida e prorompente ritorna costante la morsa. Il freddo ghiaccia, il calcolo rallenta, la pressione si altera e il mutare delle condizioni, repentino ed invalidante, accade ed interferisce, traccia un piccolo solco che come una cicatrice innesta una successione non ordinata di scompensi erratici e nel buio, quando tutto accade non visto accadere, la ciclica componente compulsiva brillò. Dietro ogni angolo Cloto imbastisce.

Avvertiva… cosa avvertiva, pressione e premura, ansia, impulso, sensazione acuta, direzioni opposte eppur convergenti atte a dislocare un ordine preventivamente costituito, prodotto, sessione, accumulo, energia in dispersione calore interno, altoforno. Vincoli prodromici, discorreva, quando il tempo si inchioda e non c’è verso di farlo andare via in modo diversamente celere e spedito. Poca manutenzione e poca volontà, poca voglia di connettività, avverbio ed abbrivio. Costrizione, pressione, luci ancora, luci al nocciolo, esploranti, espletanti, sguardo luminoso e raschiante, surclassante interi toni strozzati, azione convulsa e pena che non si risparmia e dilania nello spazio e nel tempo. Un ciclo, due cicli, tre cicli, quattro cicli, perdita consistente, perdita copiosa.

Come sarebbe stato attendere, innata somministrazione, precisa di ora in ora, non fosse stata la sua prerogativa durante il tempo del raccolto, allora forse tutto sarebbe bruciato in fretta. Assuefazione ed irritante conga, figure frenetiche per disegni che di luce non hanno alcun bisogno. Persi per il tempo, il suo profumo metallico, l'attenuazione della percezione, motivo e coraggio, stima volumetrica approssimativa di un colloidale abbastanza fluido e che non scivoli ma si innesti e non si rapprenda ma si modifichi adattandosi all'interno. Pressione disperata, frenetica, gomma lontana, emissione forzata, picco, collasso, immissione, segnale malato, stasi aperta e prolungata poi una sincope accentuata. Suono bitonale ancora, ancora, suono di materie stridenti, movimento angolare di un paradosso, consistenze diverse, masse, carichi, membrane flebili, rottura.

Freddo, perdita occasionale, stimolo adiacente, cicatrizzazione non localizzata, umido e grezzo, umido e blu. Perdite copiose, ovunque, perdita di coscienza, perdita di memoria, perdita di coordinazione. Freddo, blu cobalto, rosso rame, pressioni stridenti, materiali cedevoli, intenti astratti. Già prima timide luci avevano scrutato al suo interno, scrutato, cercato, attaccato, raschiato… non erano state autorizzate ma ciò nonostante esse erano arrivate sino al nocciolo e con sorprendente elasticità avevano fotografato (raschiato) lo stato interno. Desolazione, carestia, deserto, ambiente arido di ogni prospettiva per ogni prospettiva senza alcuna prospettiva. Incapace l'opposizione, effimera l'illuminazione, il grande nastro sobbalzava, indotto, luci, ancora, ganci, catene, macchinari per una dislocata ricollocazione, posologia arcana. Ritmo sinusoidale, direzione obliqua, gomma su carne, pressione, picco, collasso, picco, pressione, scarica. Dietro ogni angolo Làchesi accumula.

Il dolore (sensazione acuta) aumentava, il rumore no. Adesso (non) lo aveva deciso, sarebbe stato non il suo primo e per questo forse l'ultimo suo ciclo (ri)produttivo, sensazione acuta, interno, male all'interno, luci raschiano, materia (nessun rumore) dilapidata, sostanza perduta. Prima, prima e prima ancora di comprenderlo il suo prodotto, in fase di maturazione, giaceva lì... non pronto, non pronto e che con sufficiente tempo bastante sarebbe potuto divenire qualunque cosa ma era lì (adesso) immobile, appena (gelido) tiepido e quel tepore (instabile) flebile andava dilapidandosi dall'indifferente nell'indifferente addiaccio notturno. E così la piccola fabbrica finì ancor prima di iniziare, forse per un difetto (nessun rumore) congenito di serie, forse per una fallace impiantistica o una programmazione tanto scadente quanto superficiale, forse perché l'assoluta matrice fosse a sua volta imperfettamente concepita, carente delle logiche derivanti dall'adozione di un processo o di una strategia consona. Incapace di comprendere il motivo stesso alla base di cotanta aberrazione, perdita copiosa, fluido crèmisi.

In questa notte, non c'é alcuna consapevolezza, il filo del dolore non è mai stato del tutto reciso, vacua è la speranza come la stessa vita e per quella piccola e grande vita non c'è nessuna redenzione. Camera oscura, telo morbido, suono metallico sale di tonalità all’aumentare dello stridere dei denti, ausilio rientra, carico a bordo, anime si svuotano, un caldo gelido solco, una piccola rossa ombra rimane sul ghiaccio. Dietro ogni angolo Atropo rosicchia…