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Alla maniera di Finnerty 02

Alla maniera di Finnerty 02

Ultmo aggiornamento 20 giorni fa da Allegro Ragazzo Morto

Era aria di tempesta, la si sentiva arrivare ed inconsciamente da quelle finestre anche la salsedine impregnava le nostre stesse volontà. Sguardi, movimento, ho pensato alla luce dell'alba, lì, seduto sul terminale del molo, aspettando un giorno sempre troppo lento a sbocciare, per nulla scontato, perso tra il sempre troppo lontano e l’immensamente vicino, perso eppure vigilmente, stabilmente fiducioso pur essendo irrefrenabilmente disperato. Pensai... ero nel posto sbagliato, nel/al tempo sbagliato probabilmente, fuori posto, erroneamente carico di timore e remore. Tatto. Solo forse frutto di/della percezione prolungata, presto/semmai/quantunque inderogabilmente mutata in/ad ulteriore contatto. Provai a dire. Provai a non seguire la sua mano. Provai perché non è sempre questione di fare o non fare, a volte, solo a volte è solo provare, volere e provare con o senza volontà decisa ma compiutamente riuscita e quantomai apparente. La tempesta spodestava l'alba e le ragioni. Era aria di Alba e aria di Costanza e aria di inverosimile tempesta, era l’odio personificatosi in una palettina per lo zucchero, sciabordante lunghi e filamentosi drappi neri, era la boria, l’accidia, la dolce e vivibile invidia e l’anima (mia) rinsecchita di chi non ha null’altro che vuoto da sperperare e mai da riempire. Riusciresti dato il giusto tempo e la giusta passione, riusciresti a non perderti in questo enorme, assordante, unico ed infinito nulla che qui davanti attende e ti aspetta e non mostra alcun, seppur impercettibile, mutamento, amorfo ed immodificabile, qui proprio qui sul ciglio frastagliato di ogni ferita che avverti percorrendo i solchi gemelli ma irregolari, scorrendo questa lunga cicatrice che è la mia vita.

Non ha sentito ragioni il tizio, da quanto ho capito pare vi sia un qualche tipo di vincolo secondo il quale la parte depositata resta depositata fino a data da definire. Questa cantilena è andata avanti per un bel po’ sino a che ho deciso di salire ai piani bassi. Oggi è il giorno. Se sono qui oggi è il giorno. Non voglio aspettare ulteriormente, non voglio esplicare per tentare di farmi capire universalmente, non ho la pazienza di un tempo e non sono per nulla preoccupato di conservarne in quantità sempre minore. Prima o poi la perderò del tutto ma prima che questo accada avrò già messo le mani sul mio deposito e se ora volesse cortesemente farmi il fottuto piacere di autorizzarmi all’accesso io potrei anche, dal profondo del mio fegato gonfio e marcescente, allungarle un ghigno di circostanza ed uno sguardo di condoglianza. Oggi è il giorno. A questo punto l’unica cosa che mi consola è quella di aver acconsentito al deposito del solo ventricolo sinistro, mi resta un cuore privo di ventricolo sinistro ma che ancora funziona credo. Sì, mi dice, bisognerebbe entrare nel dettaglio della procedura che avvia il rilascio del suddetto deposito ma per la miseria, se decido di depositare il mio ventricolo sinistro un motivo ci sarà e non è che lo deposito per privarmene, credo insomma che prima o poi mi aspetti e mi spetti di recuperarlo, magari non oggi, magari non domani ma se fra ottocentomilamilioni di fottutissimi anni non tuoi, vorrò riprenderlo, allora potrò farlo, potrò avere la soddisfazione di avvertirlo pulsare in modo sincopato tra le mie mani prima di decidere cosa farne, se riunirlo al resto o perderlo per sempre, tirendicontocazzo, o no? Oggi è il giorno.

Pieghe carnose simmetricamente tattili, soglie improvvise di languidi tormenti. Vicino, sempre più vicino, ora quasi a lambirsi, ora talmente prossimali, ora abbastanza lontane. Volumi equidistanti ed equipollenti, permeabili e comunicanti, ora sterili eppure carichi di animo viscerale, di impeto ed impulsi primari, volumetrici, distonici, incompatibilmente incompleti eppur così simbiotici. Provo a regolarmi su cosa significhi ricercare ordine in pura essenza accidentale mentre le estrusioni muscolari balzano come impazzite ma impazzite solo all'apparenza perché invece sono perfettamente e cinicamente organizzate. Si sfidano, si sfiorano e finalmente si avvinghiano, duellano attaccandosi e poi ritirandosi si provocano ancora. Sono adesso come incandescenti, forgiati dal reciproco desiderio, tali varchi allora, brillano di fervore quasi come accesi e attraverso i quali tiepidi fluidi irrorano e si intercettano. Adesso si sfiorano ancora provocandosi per un'ultima volta e finalmente si saldano convulsamente. È solo un primo approccio acerbo, ben altro contatto è già in atto e i nostri respiri già corti adesso sono quasi intermittenti ma intensi ed unisoni. Tuoni ed acqua attraverso le finestre tentano di obliterare il silenzio, quello stato alterato proprio della conoscenza e proprio come la carica elettrica si articola in un milione di scintille come gravida, un altro fragoroso abbacinìo riluce in un altro tuono ridondante. Non saprei qualificare il nostro tempo, quantificare il desiderio, dedurre dal suo calore. Umore spesso, interazioni cicliche a volte ridondanti a volte consone allo spazio che occupiamo che usurpiamo incuranti del limite, incuranti del dolore, della paura, del profondo dirupo imminente sull’orlo del quale pericolosamente ci accingiamo. Ma/e io continuo ad affondare, sei/sarai/fosti la calma e la lava che mi ovatta/va e mi oblitera.

Sono rimasto fermo per un po' prima di chiosare ulteriormente, forse perché a volte ciò che accade è innegabilmente un trauma, ineluttabilmente resto sventrato, non mi importa poi molto dei pezzi che perdo ma a volte, bada bene, solo a volte questi eventi sono difficili da assorbire. Sono rimasto indeciso sino all’ultimo istante se renderti partecipe o meno, ci ho pensato, ci ho seriamente pensato sopra e poi dopo essermi anche XXXXXXXX un po’, ho deciso che almeno questa, una tantum, avessi dovuto saperla. Sempre meglio venirne a conoscenza in modo diretto che per sentito dire. Sempre meglio una notizia di prima mano che una di terza o quarta gamba. Ricordi mio fratello… non mio fratello lo storpio, lui non c’entra un cazzo, quella è una questione permanentemente aperta, parlo dell’altro, mio fratello gemello. Sai benissimo che siamo sempre stai agli antipodi ma sai che fottuta fregatura, due opposti ma destinati a stare sempre carne a carne, sangue a sangue. L’ho sempre portato appresso oppure lui portava appresso me, era diventata un’agonia vera e propria. Sappi allora… dopo quasi due anni o poco più, due lunghi, eterni, interminabili e filamentosi anni o poco più, ci siamo separati, certo… la separazione si deve in gran parte a me, io che sono quello cattivo, io che sono quello ignobile… fosse stato per lui, e qui mio fratello lo storpio gongola, bastardo infame e boia, saremmo rimasti cuciti a doppio filo, le une aderenze tra quelle dell’altro, sempre, per sempre… sappi che ci ho impiegato quasi due anni ma ci siamo separati... è stato sin troppo graduale, nessuna lacerazione immediata, nessun assalto ma comunque dopo quasi due anni o poco più, dopo tutto questo tempo il taglio c’è stato.

Eravamo alle mani, eravamo... oggi il dolore non ha mai raggiunto una soglia accettabile, così prima di potermi finalmente considerare abile e poter così completare il discorso intrapreso un po’ di righe fa, senza perdere troppo in articolazione, ho dovuto fare un po’ di straordinari. Anche qui… apparenza che tutto regge e tutto governa, prima sicuramente avresti avuto (sentitamente) una sola idea su di me perché la (mia) fottuta apparenza ti avrebbe dato il primo, (magari) il secondo ed anche (se non altro) il terzo paragrafo a compendio e prima di aver, in ogni caso, scambiato una che fosse una, una sola… fottuta ma coerentemente formulata… essenzialmente fottuta parola con me. Adesso, dopo questo tempo necessario e per nulla appagante, la mia apparenza è cambiata perché è una questione di spazio e di forma, è una questione di apparire e di conseguenza, dell’essere chisenefotte, siamo ciò che sembriamo essere in bene e in male. Ancora adesso dopo quasi due anni di continuo mutare, a volte impercettibilmente a volte in modo drastico, la mia cognizione non si è strambata nemmeno un po’. Vuoi perché sia la mia, vuoi perché sia sempre io e sempre il mio volto riflesso allo specchio ogni mattina. Resto lì davanti per un tempo che a volte non sembra lasciar traccia, sono quelle parentesi che puoi tranquillamente dilatare e dimenticare, cosa vi accada però non è detto sia indolore, non è detto sia non senza conseguenze, resto comunque appeso a codeste dissertazioni.

A notte calda, ladro ancora, sono madido di sudore, non voglio capirti ed articolarmi perché voglio solo sentirti in questo continuo ed intenso bruciare. Si alza il vento. È forse il sibilo di aerodinamiche forme fendenti l’aria più o meno spessa a distanze variabili ma a lungo andare variabilmente influenzate dall’io e dalla carne. La ferita ha smesso di sanguinare, vorrei che tutto il resto perdesse di cognizione e che, se necessario, si perdesse anche la mia memoria. La testa mi pulsa, faccio fatica a ricordare. Stavi in penombra e con un gesto naturale del collo scostavi i capelli dalla schiena umida che l'aria calda ti stuzzicava. Ho solo mosso la mano, tastato il fresco del pavimento e adesso mentre provo ad arrestarmi nello scivolare sconnesso ti avverto ancora tremendamente istintiva e rabbiosamente lucida. Avrò da fare ammenda, forse domani, dovrò pensare al futuro, forse domani, dovrò ricominciare probabilmente ancora una volta ma possiamo restare adesso qui nell’incerto, in questo labile confine sempre confuso e indeterminante. Domani iniziamo un’altra battaglia, domani raccoglieremo i cocci, domani io starò peggio ma intanto… per adesso lasciamo che sia pensiero di qualcun altro e non il nostro, a notte calda, ladri ancora, provo a suturarmi, l’adrenalina deraglia le mie terminazioni sensoriali, è notte calda, è notte fonda, in cotali momenti se mi finisse il respiro non avrei null’altro da rimpiangere se non te.

Dopo due anni di guerra o poco più, Lui e i suoi settantachili di bontà, di buoni propositi, di intendimenti, settantachili di tutto ciò che profondamente disprezzo ed odio, sì… è andato via, siamo staccati adesso e anche se ci sia voluto tutto questo tempo non credere sia stata una cosa così facile. Mi logora ancora dentro, ogni momento, sento che ho altri pezzi da perdere e non so se alla fine sia andata meglio a me o a lui o a quel bastardo di mio fratello lo storpio. Dopo quasi due anni di lotta senza quartiere, di dolore e di assoluta insofferenza reciproca, di becera propaganda e conflittualità socio-politico-culturali e non solo per il fatto che lui sia sempre stato un baluardo della sinistra bene in antitesi al mio genetico codice marchiato a sangue e fuoco destrorso-dittatoriale, dopo sacrifici, lacerazioni, privazioni, un continuo stato di involuzione, di dipendenza, di dolore liberamente inflitto e ricevuto ecco... siamo solo al principio.

E quel giorno per Colli Euganei a passeggio con/come l’anima di Ortis, non hai mai voluto rivedere quei luoghi, quelle strade, tra pioppi e querce, lì assonnato nel sottobosco con un cielo non facile da decifrare e fumo ancora stagnante intorno come zanzare stordite dal repentino cambio rigido della temperatura. Il giorno, quale giorno, il sole o le stelle che brucino pure, non aveva alcun senso. Restai ad ascoltarti. Parlavi nel cuore. Forse anche il sogno si era timidamente accantonato per dare alle piccole mosse, spilli e spine per nulla indesiderate, affilati tagli di inconsistenza in abbondante succo di istinto di conservazione, originando bordi alti ed irregolari talmente frastagliati da non darmi più alcuna possibilità di poter almeno sperare in una ricomposizione esteticamente accettabile. E ancora marea e rotta straniere. E ancora un giorno moriva. Sei unguento tattile, luce sorgiva, un incomparabile e roboante silenzio che abbaglia i miei sensi e non lascia andare e, tenacemente, resisti al tuo volo incombente, alla sete crescente e ancora vicinissima mi lasci a tentarti e farmi morire.

Prima o poi dovrò mostrarti le mie ferite, prima o poi in un attimo di guardia bassa, prima o poi durante una delle nostre solite e deleterie conversazioni ti farò vedere i miei segni veri e l’apparenza che tutto regge e governa, ti farò vedere e toccare e quando sfiorerai il tessuto così diverso e segnato noterai quanto poco senso abbiano le parole, quanto poco conti ogni discussione, sia questa lunga ed approfondita o semplice ed articolata. Solo allora potrai forse vedere oltre o fermarti e dimenticare, solo allora io avrò modo di farmi capire e poi finalmente potrò svanire.