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Tropico del Fuoco 04

Tropico del Fuoco 04

Ultmo aggiornamento 34 giorni fa da Allegro Ragazzo Morto

Cosa leggi, ornitorinco? Deciditi; restare, andare, salire, scucire decidi se uscire. Coordinati e marca uno scopo al tuo sistema linfatico, ci si può sempre vedere al Poligono (o Circolo fa’ tu) di Willis in ogni caso, non sarà il migliore dei luoghi ma ti piace sì? Indicazione chiara e coincisa, auguro anche che la tua milza faccia tutto lo sporco lavoro perché in questi casi con gli scioperi non si è in grado di fare molta strada. Qui, locale ancora silenzioso, alcune mosche danzano intorno alle lampade verdi, dove a riscaldare è solo il sapore del legno, dovrei darci un taglio chi me lo fa fare eppure ben prima che tutto vada a regime sto qui in cabina di regia e contemplo nel tempo dilatato che posso arrogarmi di ottenere, ombre e ricordi e immagini sbiadite e un po’ di memoria tattile, già, mi arrogo il diritto di godermi questi pochi istanti, dimenticare per un poco il mio gemello buono e mio fratello lo Storpio, qui è come fosse terra di nessuno e mi ci ritrovo, mi ci capacito ed allora resto a fissare il quadrante dei secondi immobili. Il tempismo potrà anche non essere perfetto e tuttavia non per questo questo risulterà essere il peggio che tu possa fare. Decidere o attendere, sei nato lepre oppure armadillo? Hai fegato a mostrare di nuovo la tua (bella) faccia, lurido (cazzone) avventuriero (avariato) infame, hai finito l’oro (e la decenza) e vieni qui a (fare l’indiano) batter cassa, non hai neanche un minimo di ritegno e di (gattico) tatto (decenza), non hai rispetto (per i gradi) di noi (riccamente poveri) assidui alla/della Filibusta. Meriteresti che ti si passasse direttamente per il piombo o per il ferro, meriteresti che i tuoi prossimi ed ultimi compagni fossero i pesci perché della tua opprimente zavorra putrescente e verminosa, in ultima analisi, non avremmo a che farcene. Amico avventore, ho girato in lungo e in largo, ho visto mille posti diversi, intercettato miliardi di pensieri altrui e ne ho sentite (puoi star sicuro) di ugualmente larghe e di più lunghe ancora, ne ho ascoltate innumerevoli altre ma per tua norma, di questa fantomatica meta non ho mai ritrovato alcun riferimento e la conclusione unica e possibile tanto da far concorrenza all’unica verità assoluta è che anche tu risulti essere inutile e resti inutile come il tuo proferire arguto e garrulo ed insistente.

Se la reggia al di là dei bastioni perpetuava l’antico potere opprimente e blasfemo al di qua nella loggia covava il sereno. E fu allora il turno del gatto più (furbo) matto che, a ragione o torto, si destò un giorno fiutandone l’affanno e di punto in bianco decise, promise, si alzò di colpo con scatto malandrino e si mosse a prendere l’arme e le regal vesti finalmente salvandole da innumerevoli e fameliche tarme e mosse immantinente guerra al torbido Re Sorcio.

Trova una destinazione. Trova uno scopo, qualcosa per cui lottare o vivere e se non ci riesci che sia qualcosa per cui morire, non verranno versate lacrime ma solo quintali di terriccio infine ma ti sarà servito concludere e se non degnamente è già qualcosa. Lo so in questi giorni tu giochi le tue carte io affilo i miei coltelli, pochi avventori di giorno almeno e non molto loquaci ma del resto e ci sarà pure un motivo valido se qui ci si trovi al Poisson Rouge. Si chiamasse invece il bar della piazza del pesce si avrebbe un gran ciarlare incessante e pane e tulipani per tutti i presenti e un soldino a scovare solo miserabili intenti. Eih Campione, chiariamo, di te non mi frega un cazzo, arrivieovai in silenzio (capito? Vienivaivaivieni capito?), se resti puoi farlo ma senza fare casino, ho troppo da fare e troppo da gestire e comunque non ho alcuna intenzione di perdere altro tempo impegnandomi nel controllarti ci siamo capiti? (capito? Vienivaivaivieni capito?) Stai tranquillo e non scassare i coglioni, il terreno appena fuori il portico risulta essere particolarmente accidentato e i denti non ci vanno molto d’accordo anche se, a dirla tutta, il più delle volte vi rimangono volentieri a patto di affondare ben bene nel terriccio umido. Vuoi parlare? E parliamo cazzo, la conversazione di circostanza con adeguata apparenza di importanza è una delle mie doti migliori, parla ti seguo, favella perché c’è ivi chi aneli ad ascoltarti, parla pure e ti sarà detto, restituito, dato, parla dunque e sarai ascoltato. Di cosa volessi parlare non ricordo ma non è questo il punto, resta in zona sarai ben accolto.

Dove l’ombra tutto ammanta e la virulenta nebbia canta, dove il sole non poggia mai foco, per ogni dove solo deserto freddo e umido paludoso. Pallido becero putrido Re Sorcio, albero senza radici e venefico sin nel profondo, sempre sul suo scranno, sempiternamente torvo, in fiera letizia indugiava il tempo e la pappagorgia del suo collo, ora inveendo, ora fottendo a tratti scannando chiunque gli stesse intorno. E furono le teste, rotolando a milioni a tingere di crèmisi del castello gli ampi saloni, e poi una testa su ogni picca ed ogni picca su di un muro così che del suo regno e di Re Sorcio non ci si scordasse di sicuro.

Fai uno o più giri. Questo è un blues (avariato), tra patine di sconsacrata ovvietà e brandelli di vita sempre più in lattina, arpionato e sviscerato, dilaniato dal tempo soggiogante ogni metrica, è perso, è andato, non lontano ma poi neanche tanto vicino, dissacrante intenti perduti perennemente incastrati tra substrati alternativamente sfilacciati di ricordi. Questo è ciò che langue, nascosto in una putrida palude, questo è ciò che piange, scivolando malamente verso il vuoto, scapicollandosi dinoccolato, spezzando ogni singolo osso altrui nell’immediato. Non puoi interrompermi mentre ho un motivo ed un movimento andanti. Non puoi recedere ed inserirti in una pausa, uso solo tempi fottutamente irregolari, schiaccio sui tasti dispari, cadi sempre in silenzio sulle note pari. Questo è il sempre ambito, una spessa mattonata che spezzi qual si voglia tentativo, dal più blando al più ardito. Cazzo, non puoi interrompermi mentre ho un medullo-blues nel cervello e semmai te ne accorgessi, non sei minimamente tra gli obiettivi minimi ai quali ottemperare, non sei nemmeno qui per quel che mi riguardi. La corsa sulle rotelle è sempre a rotta di collo, prima arrivi e prima ti becchi la scarica migliore, e certo, non è un esito affatto sicuro che poi il tuo circolo si svegli e ritorni fluido. Quante corse da stamane, quante senza speranza o quante ancora da fare, veloce lento il ritmo non muta perché è sempre corsa ma anche sinonimo di caduta. Vesti di verde, la magia puoi suonare, trova scale nascoste seguendo il canto del vento, se hai tempo e comprendi la filastrocca potresti persino svegliarti, una volta tanto, in pace ma chi sono io per impedirti di continuare a bruciare. Adesso acquista un biglietto. Perché qui, alla fine di ogni tutto, non ha poi molta importanza quanto (o di cosa) siano piene le tue tasche, hai trovato un posto al bancone, bene… la tua comanda è già in lavorazione e per questo motivo indugia pure il tempo d’attesa, trasferisci energia termica da un palmo all’altro e preparati ad applaudire perché tra un po’ Zippora si arrogherà il diritto di prender possesso del palco ancora una volta, come ogni volta, le sue dita roventi inizieranno a tormentare quegli infiniti tasti bianchi e tasti neri costruendo con essi un insieme diretto e pulsante che come un treno in piena corsa travolgerà te ed i tuoi sensi e potresti persino arrivare a vomitare dalle orecchie. È solo che sei epifenomenico, ma non è come avere una malattia contagiosa, occupi anche tu un posto definito fisicamente ed io qui ti aspetto, perché non posso darti certezza di dove io sia ma posso dirti probabilisticamente dove io possa essere, lo so non è colpa tua è che io vivo secondo al meccanica dei quanti. Devi scusarmi se appaia rude, ma conto i pezzi e le rimanenze d’inventario, sono un po’ occupato a non andarvi in pezzi quantunque spesso capiti esattamente l’opposto. Non è un mondo ridicolmente perfetto, non è il mondo a doverlo essere, qualcuno affermò (e poi venne eliminato) che il mondo sia come lo si faccia, forse è una merda, forse è così forse non è così, forse hai vinto un mappamondo. Zippora sa far le cose per bene e, questo, non è oggetto di discussione, accomodati presto così avrai la visuale migliore, soddisferai molti dei tuoi sensi quantunque spesso tu di questi non abbia proprio alcuna idea.

Inutile, astruso e perso l’incedere costante ma accidentato lungo impervi e dimenticati segni nella terra stanca, sbiaditi dal vento e dal tempo e dalla notte. In forma più o meno congrua spanna dopo spanna, il gatto più matto raggiunse il putrido e purulento regno del Re Sorcio. Annusò l’aria ed era aria di tempesta, pose la zampa sulla sua lama più affilata per dar immediato benvenuto al drappello di parata, e altre teste e braccia e torsi si addensarono sul fondo già mellifluo antistante i bastioni del regno di Re Sorcio inviperito. Trovare una via sarebbe stata impresa assai ardua ma seppure ad ora tarda, sfrondando a destra e a manca tronchi arbusti e spine si aprì un varco e penetrò al di qua del muro e del confine.

Siediti e goditi lo spettacolo. Non ho mai pensato di arrivare sino qui, a pensarci bene tutta questa storia, tutto questo darsi da fare non è unica risultante frutto di una (in)decisione ma è possibile che ciò sia solo un nulla sereno, ottenebrante almeno pedissequamente sciolto ed in sospensione. Un passaggio un soldino, un aiuto un soldino, una voce un soldino uno solo per volta anche se ad arrivare qui non si faccia poi così tanta fatica, sembra comunque diverso ogni volta perché non sempre i ricordi combaciano, non sempre mostrano lati concordi, c’è sempre una campana che è quella più vicina e intocca abbastanza da coprire ogni altra altrettanto importante. Non credo di avere una meta e nemmeno una valigia. Sei, siamo, è già questa una semplice contraddizione in termini.

E la guerra giunse, e la guerra lo colse. Sin dal principio del tumulto irrotto, detrudente ogni altra forma di ragione, persistente ed irritante come lo schiocco di un collo rotto. Assetato il gatto di vendetta fronteggiò il velenoso e torbido Re Sorcio. E le folle e gli schiavi tutti attenti e muti in tetra trepidazione se e quando fosse venuto meno l’osso del padrone, si fece un gran largo e orde di arcieri si sistemarono al loggione pronti ad infilzare il gatto semmai avesse osato vilipendere di lingua o di lama il Re Sorcio e padrone.

Goditi lo spettacolo ho detto… o quello che resta. Sai… ho come l’impressione… che tu non sia qui per aiutarmi, cioè andiamo con ordine, non mi guarirai questa volta, non userai nessuno dei tuoi inserti magici e nessuna polverina. Comunicare non è la massima tra le mie aspirazioni, avessi qualcosa da dire o sottintendere userei meglio il tempo e le risorse a mia disposizione. Ricordo ormai perso, ricordo ormai spento nell’immenso e freddo sgabuzzino, l’umido sottoscala dei propositi e dei buoni intenti, una piccola luce, filo sicuro di parole e frasi, una scheggia riflettente, una chiave segreta. Fossimo rimasti intatti anche la vita ti risulterebbe probabilmente molto più facile o quanto meno serena. Il fatto è che quando tutto accade resto sempre più con me stesso e il dialogo ristagna perché andiamo per silenzi ed assenzi senza lasciare molto all’immaginazione. Quando trovi, e te ne accorgi, è sempre meglio farne tesoro, prima o poi perdi senza redenzione e quello che ti possa restare o che tu possa portar con te è davvero poca cosa se non hai mente e soprattutto cuore. Venti e ventotto e il faro si accende, ogni fascio scandisce un giro di ventiquattro e per un secondo ti sembra persino giorno, non ha voglia di parlare a quest’ora il mare, non ha voglia né pazienza di restare anche solo ad ascoltare. Le mie parole sono ormai perse nel vento e in fondo non ve ne erano di interessanti, abbastanza pesanti da poter reggere il confronto. Scrivo in silenzio e a volte nemmeno questo mi riesce come una volta perché ho smarrito la cima ed è come se sempre più mi adagiassi in una sorta di lenta ma inesorabile deriva. A volte riesco a mostrare una faccia buona ma dentro è solo io e il marcio che divora.

E sibilando il Re Sorcio con la sua lingua caustica attaccava contro il gatto con artigli aguzzi imbevuti di veleno. Ringhia affonda affonda e ringhia e fu allora che il gatto più matto e per questo più lesto incrociò per l’ultima volta lame e lingua in uno sberleffo, bloccò la zampa assassina di Re Sorcio tranciandola di netto. Il gatto attese con la lama lurida mentre l’inutile artiglio tremava ancora nell’umida radura. Re Sorcio menomato, mutilato dall’umida rabbia ammorbato ma non ancora domo tentò un ultimo balzo a rimuovere dall’esistenza quel gatto screanzato il quale mosse veloce scartando di lato e dando scacco matto nel finale neutralizzando così il suo attacco ferale. Prima ancora che Re Sorcio potesse anche solo gridar presto gli fu addosso sventrandolo lesto.

Le dame e le cavalle, redini e mantelle, le dame o le cavalle, le prime più statiche le altre indubbiamente più snelle, all’udire del gatto l’abile mossa schierarono la folla al di qua dell’enorme tenda rossa e si misero allora in circolo strano, non a formar la regale quadriglia ma un ballo assai più arcano ed invitarono messeri e anche altri gatti sciatti e accesero le polveri e poi su dal cielo vennero giù stelle filanti a frotte. Tutte quante a gran parata del gatto e del suo manto e del suo sicuro andare nel belligerare, orgoglioso il giusto e con adeguata baldanza, prima avvisaglia di un nuovo inizio e, del Re Sorcio, la mattanza.

Ricordo però quel giorno di un’intera era fa ormai, quando mattoni si sgretolarono come fatti di sabbia accompagnati da parole in canti e pianti, sembrò essere la fine di un mondo o solo l’inizio di un mondo migliore, mio padre mi disse quest’oggi è già storia e all’epoca non compresi completamente il senso di queste sue parole. Oggi che sono e sento di essere già vecchio da un pezzo posso barcamenarmi tra i picchi e gli sprofondi di quella frase rendendomi anche conto che forse un mondo migliore non sia mai cominciato, lo era anche prima o forse è l’essere umano ad esser sin troppo miope ed inadeguato, si può fare appello alle sempre splendide e buone intenzioni con le quali ogni grande e comoda strada che porta a Terminopoli viene sempre ed accuratamente lastricata. Ormai tachionicamente dispersi, mi manca la tua voce, a stento ne ricordo il timbro ed il colore, quei secondi impazziti adesso bruciano come quasar e tutto riprende e le memorie come i ricordi svaniscono trasparenti in attesa della prossima occasione della prossima possibilità inferta e poco importa se a volte ci si incontri in una terra sospesa che non è certo questa. Ma in fondo, e non che questo m’interessi, vecchio o nuovo corso la storia è anche’essa già vecchia, andata e scordata addirittura estinta, perché nulla si impara dagli errori commessi in ressa e nulla si imprime e nulla resta tra la cenere e le involuzioni tragiche e disperatamente sparse, resta mesta e dimenticata come la volontà degli altri e soprattutto la mia ed inutile, perché a lungo andare certo è solo il pensiero, l’unica possibilità di fare un sogno illudendosi di sembrar vivo e semmai poi svegliarsi sul serio, il mio pensiero e questo resta… ustioni 81 volontà zero.

A volte riesco a mostrare una faccia buona ma dentro è solo io e il marcio che divora.