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Commessura Rapsodica 01

Commessura Rapsodica 01

Last updated 390 days ago by pages/owner/

Duecentotrentasette procedimenti, duecentotrentasette verdetti di non colpevolezza, posso affermare di aver visto il futuro del diritto, quel futuro è già presente tra noi, Djora Ivanxtc. Avvocato difensore di grande successo, già punto di riferimento per uno dei Fori più importanti della Valle, dalla spiccata iniziativa e irriducibilità, negli ultimi anni il suo particolare approccio all’interpretazione della norma giuridica in aula ne ha consacrato il valore a livello internazionale. All’apice della propria carriera Djora Ivanxtc la legale più in vista del momento, a cavallo di un’onda mediatica senza precedenti, riapprovvigiona di nuova linfa l’intero settore giuridico con carisma e credibilità.

Il piano la inghiottì, tentò di aggrapparsi al niente slanciandosi in avanti ma inesorabilmente continuò ad affondare in un turbinio particellare. Si svegliò improvvisamente, madida e con il cuore in gola, si voltò verso di lei, dormiva ancora. Attese un attimo per riprendere fiato, la notte silenziosa e tranquilla le portava un sollievo immediato, le sfiorò un braccio e vi si strinse cercando la sua mano ma la sensazione immediatamente avvertita fu di un freddo tagliente. L’adrenalina ricominciò a pomparle dentro, le sembrò quasi di essere ancora pellegrina nella prigionia onirica, provò a chiamarla una, due e tre volte sempre con maggior insistenza ma non le rispose mai. Era andata via… via da lei, via da tutto, via per sempre lasciandola da sola.

Il momento del “tutto va giù e tutto torna sù” prima o poi arriva. Hai presente quando al luna park si fa un giro su una di quelle strutture dondolanti, spesso in forma di caravella o veliero perché il loro movimento simula il rollio sulle onde del mare, il dondolio si fa sempre più ampio e veloce e a mano a mano che ci si avvicini alla massima estensione del movimento, al massimo del rollio,  si arriva ad un punto in cui sembri di restare sospesi, un momento in realtà brevissimo ma all’improvviso la percezione dello stesso si dilata ed è definibile come il momento del tutto va giù e tutto torna sù. Per alcuni è una situazione piacevole, un piccolo brivido adrenalinico, per altri è solo causa di un malessere persistente, disorientamento, vertigini, nausea e nei casi più gravi perdita di conoscenza e in casi ancor più gravi morte. Lei sapeva benissimo cosa fosse accaduto, non le era piaciuto il luna park né la nave, aveva rischiato di svenire e giurò a se stessa che non vi sarebbe più ritornata, M. acconsentì e suggerì allo stesso tempo che una semplice passeggiata in alternativa potesse essere una più che valida alternativa. Esisteva un momento, almeno uno durante la sua giornata che potesse senza dubbio essere identificato come tale, il momento del tutto va giù e tutto torna sù.

Confermiamo l’ultima ora appena giunta in redazione, il corpo senza vita di Djora Ivanxtc è stato ritrovato questa mattina nella propria auto, la causa della morte sembra essere ad un primo esame una violenta reazione allergica, sono tutt’ora in corso le indagini degli inquirenti che al momento mantengono un forte riserbo sull’intera faccenda. Djora aveva quarantasette anni.

Il tam-tam mediatico gonfiava il proprio tendone e la parola come sempre puttana, saltava allegramente di bocca in bocca e di media in media.

Chi l’avrebbe mai detto, sembrava avesse tutta la vita davanti, una vera professionista, hai sentito che è morta, ma lo sai com’è morta…

Ciò definiva di Djora, solo qualcuna (una in verità) delle sue insospettabili abitudini e adesso a pensarvi, non riesco a decidermi… quale possa essere per lei, post-mortem, la fonte di maggior imbarazzo, lei, la regina delle arpie, il futuro già presente, l’astro brillante per eccellenza; se ritrovarsi vulva all’aria su di un piano d’acciaio o svelare uno dei propri e più reconditi segreti ad un perfetto sconosciuto in camice senza poterlo impedire in alcun modo. Essendo infatti riuscita a nascondere il suo quotidiano (ab)uso (e non solo) di cocaina in vita, divenne quasi paradossale che, data la subitanea morte e la richiesta di indagini, dall’esame autoptico risultasse che nonostante la dose non potesse essere considerata sufficiente a mandarla in overdose, quello stesso quantitativo fosse stato sufficiente e a fotterle la pompa. Cosa strana per una donna così giovane morire d’infarto. Proprio lei. Proprio a lei… ma la morte però se ne fotte allegramente dei piani altrui e arriva quando arriva, come le rondini a primavera, come la quiete dopo la tempesta, come il Natale, come un treno al passaggio a livello e come la vendetta di M. che l’aveva scovata e braccata e inseguita ed infine finita aiutandola a farsi per l’ultima volta di coca. Certo, nessuno poté capirlo e nessuno, incredibile a dirsi, lo scoprì mai che quella morte considerata un’accidentale quanto fatale reazione allergica fosse in effetti solo conseguenza di una vendetta perpetrata e calcolata a freddo e per un tempo lungo quasi trentadueanni. Trentadueanni in un respiro,  tanto infatti occorse ad M. per vendicarsi su DJora.

Probabilmente Djora brucia già all’inferno, questo pensò M. e per un attimo ebbe voglia di vederla a dannarsi e bruciare e a bruciare e dannarsi ma pensò anche che nulla in fondo le avrebbe restituito quanto perso, né la giustizia impossibile né la vendetta. Aveva fatto ciò che avesse voluto fare, giustizia sommaria, omicidio, vendetta (ancora) non faceva alcuna differenza, Djora era finalmente morta. Adesso sola, seduta sotto la pioggia scrosciante, intirizzita e bagnata su di un terrazzo, sola nella notte, ripensava alla propria infanzia, all’unica persona che avesse mai davvero reso vivibile la propria esistenza semplicemente e senza chiedere nulla in cambio se non calore in un abbraccio e tanta, tanta tenerezza, l’unica persona che avesse mai amato. Non ebbe mai modo di dirle addio, non provò alcun sollievo sotto la pioggia e allo stesso tempo non provò alcun rimorso per le azioni commesse ma, allo stesso tempo, si sentì vuota come la camera di una festa mai data, come il bicchiere dimenticato nella credenza. Vuota, come la vita che ormai vivesse ed inutile come se avesse appena terminato il proprio scopo, chiuse gli occhi, inspirò profondamente e si alzò. Il salto fu un attimo e ancor più breve fu fendere l’aria come un proiettile e poi più nulla.

Tautologicamente, ciò che non si sa non si sa. Da profano arrivo a comprendere la fisiologia di alcuni insetti e anche di alcuni invertebrati, tuttavia mi è ostico provare ad immedesimarmi in te. Avverto l’esigenza di distinguere la qualità di ogni tempo, impiegarlo in modo diverso, non intendo in modo più o meno costruttivo ma semplicemente diverso. Traggo giovamento da ciò? Forse, forse no, forse rimando semplicemente scelte ed azioni inevitabili ma essendone pienamente cosciente non risulto esserne in alcun modo sorpreso. Non ho pregi particolari anzi, non ho alcun pregio e pur rigettando le discussioni di un certo tipo ho idee ben precise e definite. Spesso affermo che in determinati campi non esista democrazia, non esista nemmeno la possibilità di discuterne e, in definitiva, affermo che la sola cosa a poterli regolare sia la dittatura. Non sono politicamente corretto, politicamente corretto è una locuzione ossimorica, pensaci bene, ti adoperi affinché nessuno in particolare possa sentirsi leso, ti adoperi perché anche qualcuno in particolare non debba sentirsi leso ma è proprio questo il punto, che ci si adoperi affinché nessuno o qualcuno possa venir leso o sentirsi leso ed è proprio questo, dannazione, il modo di ledere l’altrui percezione e/o sensibilità.

Adesso, il lettore occasionale prende spesso lo spunto che lo colpisca, saggiando il mare di parole nel quale, suo malgrado si trovi immerso. Un lettore abituale reagirà al suddetto spunto in modo complementare, digerirà il mare intero a costo di strozzarsi ma al fine di poter comprenderne a pieno il significato, per quanto questo possa essere o apparire strano, ridondante, inconcludente, irriverente o condivisibile.

Il lettore che è solo incluso nella categoria perché comunque nel quotidiano debba necessariamente leggere qualcosa anche solo per sbloccare la chiamata in arrivo sul cellulare del cazzo, non avrà di codesti problemi, vivrà tranquillamente e anche meglio senza il bisogno di farsi penetrare da uno spunto più o meno affilato in agguato tra le righe di un post.

Cazzo, il mio plauso va ai lettori di questo tipo, quelli inclusi solo per spirito di categoria, in fondo siamo tutti lettori, da quando sviluppiamo la capacità di leggere, qualcuno la sviluppa da solo, qualcun altro per normale evoluzione e qualche altro solo perché debba comunque capire che se è una femmina debba usare il bagno delle femmine e se è un  maschio debba usare quello dei maschi. Con le mie abitudini scritto-compulsive, modestamente, innalzo e di molto la media nazionale dei lettori non occasionali quasi compulsivi anch’essi, sono un po’ troppo arrogante? Già credo di esserlo abituatici. Tutto perché e cito, quelli che marciano col passo dell’oca, i libri dovrebbero leggerli… invece di bruciarli.

In rapporto a trent’anni orsono le cose non sono cambiate poi molto, si è modificato forse solo il modo attraverso cui quelle stesse cose vengano percepite. Non saprei affermare se sia un bene o un male ma ti assicuro che la malerba resti sempre malerba non importa la linea temporale nella quali spunti o abbondi. Una volta mi dicesti, da qui in poi si cade assieme, dove si cade pensai e tu, come se mi avessi letto nel pensiero rispondesti, intanto cadiamo e poi del resto ci preoccuperemo a tempo debito. Forse la cosa che mi manchi di più è quel senso di incoscienza, quella strana tranquillità nell’affrontare situazioni oggettivamente pericolose ed assurde eppure, nonostante tutto, proseguire anche cadendo.

Recarsi ogni mattina presso il liceo femminile Mann era per lei un vero incubo. Non erano i compiti, non era la famiglia e nemmeno la percezione che a quell’età si potesse avere di ogni cosa. Era qualcosa di più subdolo, un malessere acquisito e via via sempre più strisciante nel profondo e crescente come un cancro. L’avvenuta consapevolezza di una condizione diversa anche se ancora del tutto nebulosa per poter essere sufficientemente identificata e codificata sotto ogni aspetto ed invero al contempo, così potente da scuoterla terribilmente. Apriva gli occhi appena sveglia e la mente precorreva tutti gli eventi a venire, colazione, uscita da casa, ombrello perché è già inverno, occhio agli incroci e forse una parola o due (e anche qualcosa di più) con M. . E già, M. che l’amava come si potesse amare a quindicianni ma che ciò non di meno l’amasse come del resto l’amasse lei.  Ogni mattina si trovava davanti il solito film monotematico, muto e senza distrazioni, un lungo piano sequenza descrivente azioni e soprattutto interazioni alle quali non potesse proprio sottrarsi. Probabilmente alcune di queste non erano a affatto male ma ve ne erano di altre, di diverse, molto difficili da gestire. Saliva quei pochi scalini non appena il trillo irritante della campanella avesse terminato di agitare l’aria, due corridoi da percorrere ed una porta da aprire ed attraversare, infine un banco ed una sedia da occupare. Naso nei libri e sguardi rubati e scritti e scarabocchi e compiti da riordinare. Sguardi da incrociare, parole da dire di circostanza e non, ancora sguardi, indifferenti molti, interessanti alcuni, assolutamente da evitare altri ma tutti ugualmente da gestire per quanto possibile fosse una gestione di questo tipo in un contesto di questo tipo.

Appena prima di lasciare l’aula, ultima ad accedere ad uno dei corridoi, mani sui libri, mani tra i capelli, mani sulla bocca, oh adesso non vai da nessun parte adesso ti tocca quello che ti tocca. Due mani poi quattro poi sei, poi non sapeva più perché il più delle volte i suoi occhi restavano sbarrati aspettando invano una voce che la svegliasse chiamandola via da quel  brutto sogno, quella di M. magari a strapparla da quella camera oscura nella quale ogni paura acquisiva forma reagendo alla rabbia ed alla vergogna e all’impotenza. Dove vai dove vai, non vai da nessuna parte, non ancora perché adesso ti tocca quello che ti tocca così te lo ricordi e te lo ricorderai anche domani ci siamo capiti… ed eran sempre insulti e spintoni e schiaffi e risate malevoli perché non avrebbe dovuto mai e poi mai, non avrebbe dovuto mai ma una volta scoperta, diveniva tardi ormai provare a scappare senza sopportare quella sosta obbligata di mani e di affanni ed un giorno poi anche di botte e di calci e di molto altro più dolorosamente profondo ed annichilente.

A volte il tempo è tutto, a volte il tempismo è tutto, l’opportunità anche, spaccare il secondo e svincolarsi in fretta correndo via verso la porta in fondo, saltare i gradini senza fermarsi, magari cadere ma di netto rialzarsi e scappare correndo lontano, anche via di casa o magari altrove purché fosse mille miglia altrove. Si ritrovò a pensare, profondamente, un giorno o l’altro l’avrebbe fatto...

Ed un giorno lo fece, scappò via per sempre anche da M. in silenzio ed all’improvviso seppure dormendole accanto, scappò dove non potesse essere più costretta ed additata, né percossa né minacciata né colpita né ferita né violata, scappò scivolando in uno strano sogno privo di colori e di ricordi, rallentando ogni cosa persino il respiro ed il suo cuore sino a restare immobilmente fredda.

Eccolo il momento del tutto va giù e tutto torna su, la cosa più difficile da superare, M. le stava sempre accanto e la aiutava per quanto potesse e lei ne era felice perché sempre insieme e tanto (le) bastava. Un giorno quelle mani,  tutte e sei smisero di trattenerla e la spinsero in terra e poi la afferrarono e poi la trascinarono seminando libri e quaderni e penne lungo tutto il corridoio lungo tutto il muro e fino al bagno e lì le mani diventarono sbarre e muri imprigionanti e la stanza iniziò  a girare come la sua testa quel giorno al luna park, ed ora ti tocca (tutto va giù) quello che ti tocca perché sei diversa, puoi chiudere gli occhi puoi piangere o stare zitta ma ciò non toglie che oggi (tutto torna sù) non te ne dimenticherai. La sua vita (tutto va giù) smise di brillare quel giorno, affievolendosi (tutto torna sù) lentamente ma inesorabilmente a causa di Djora e le altre tormentatrici.

Al destino non manca certo l’ironia anche se spesso tanto più profonda è la tragedia tanto più essa tracima nel grottesco ed irreale. Tautologicamente, ciò che non si sa non si sa e quel giorno si era…

Tutti sù e taratataratà, trampete e trampete e ciaccheti-ciak.

Tutti in fila tutti al passo e trampete-tramp e ciaccheti-ciak nella radura attraverso la pianura dentro la mostura.

Zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz velenose pungono tutto il tempo ma click-clack e sono pronto, afferro saldamente e miro swirrrlllllllll ma sciaf, sciaf, sciaffeti-sciaf, correndo huuuun annaspando, tra mille swiiiiish affrontando il folto sottobosco frushhhhh track-tricheti-track e sciaf e track-tricketi-track non riesco a fare bannnnng.

Non è più notte perché brilla a giorno, quasi fosse l’ultimo e ancora swaaaaaaarrrm a ventaglio e prishhhhh di sfrigolii come artigli arroventati su ogni manto scuro e quindi d’improvviso clopiticlopiticlopiticlopiti a catinelle ma si deve avanzare track-tricketi-track ancora track-tricketi-track.

Click-clack e quindi braka-braka-braka-braka-braka e quindi ahhhhhhhhhhhhh! La dolce Automat-Kalascinikova non più tanto dolce ma sempre  devocka si prende da mio fratello una swloooorch di budella e come fai ancora a taratataratà, ancora provi e taratataratà. Lo acchiappo e lo schtrrrrrrrrrr ma poi sploooorch crèmisi e non vedo più niente e mi scivola perché annega nel suo fffffffffiato emottoico e vuol solo dirmi ma grlll-grllllgrlllll non riesco a capirlo più.

Non c’è più taratataratà ma solo whooooooooosh assordante e continui swiiiiish ripetuti e brrrrrrrrrrrrr tagliente e niente più zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz perché avanzano altre ombre questa volta permanenti sotto il continuo canto di sirene puttane corazzate di/da braka-braka-braka-braka. Click-clack adesso lo vedo e click, svishhhhhhhhhhh ka-boooooom! Lo anniento e penso più a niente ma a mio fratello che dorme già vicino a me mentre piango.