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RECENSIONI

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Last updated 2443 days ago by Felice Serino

Recensione su IL CONVIVIO

n. 54 - luglio-settembre 2013

a cura di Angelo Manitta

 

 

Felice Serino, Cospirazioni d'un Altrove

(Vitale Edizioni, Sanremo, settembre 2011)

 

 

"Dinanzi all'Assoluto /misericordia mi vesta / di un abito di luce". La poesia di Felice Serino,autodidatta, come si definisce lui, rasenta spesso il frammentismo. Questo ciinduce ad affermare che la sua espressività poetica segue la scia della liricanovecentesca e ne ha assorbito, oltre che i moduli, anche l'anima. Ma la suapoesia, piena di emozioni e di metafore, di allusioni e di riferimentiletterari, è una poesia di sintesi, in quanto in poche parole riesce adesprimere molti concetti. Un esempio è la citata lirica Preghiera chediventa anche emblema. Essa infatti appare solare, luminosa, piena di luce, unapreghiera spesse volte laica, a volte religiosa, una preghiera di fronte albello e all'Assoluto. Ma soprattutto la sua poesia è pregna di mille metafore.Bellissima l'immagine "abito di luce", oppure 'vestirsi' di 'misericordia'.

Se a volte la metafora (comespesso è successo nella poesia novecentesca) porta alla non immediatacomprensione, questo invece non accade in Serino, il quale appare chiaro ecalzante nella sua comunicatività. E oltretutto non è, la sua, una poesia astratta,lontana dalla vita, anzi appare moderna e vicina all'uomo contemporaneo, comequando manifesta la coscienza che "si crede dio / l'autentico violentatodal / mediatico / narciso / in annuvolati cieli / ingombranti la /psiche".

La modernità della sua poesia èun avvicinarsi alla problematica dell'uomo di oggi, alla sua realtà e ai suoimodi di pensare, spesso intrinsecato in una profonda dicotomia filosofica checontrappone la luce alla tenebra, "danza nel cielo / della luce-pensiero:della notte / a scalzare le tenebre", il bene al male (sorriso / disangue), la bellezza alla bruttezza o al negativo, come appare nella poesiaincipitaria Nascosto starò nella rosa, dove appunto "i veleni delmondo" si contrappongono alla "bellezza del cuore", oppure la mortealla vita, che diventa anche "a-mors non morte".

La luce ha comunque una parteessenziale nella poesia di Serino: essa è la vita, è il bello, è il sogno, è lamemoria, è anche la morte. Quest'ultima infatti non è vista come estremamentenegativa, ma fa parte della vita e persino del sogno dell'uomo, tanto daaffarmare di "vedere l'angelo / della morte / entrare nel mio sogno",ma questa richiama alla morte di Cesare "tu quoque brute" e riportaall'amicizia tradita. La morte a volte, infatti, avviene "per mano di chi/ si credeva amico".

A parte lo scavo interiore, cheil poeta riesce a fare, coinvolgendo con le sue forti e profonde espressioni illettore, un altro aspetto essenziale è la capacità di innalzarsi verso unsublime poetico che spesso si identifica in una contemplazione estatica dellanatura. La contemplazione del bello conduce alla felicità e alla serenità dellospirito e permette di superare anche il buio della notte. E' questo il concettoche si deduce dalla lirica Dentro silenzi d'acque: "sul lago s'èalzata la luna / dentro silenzi d'acque / è dolce la luce / nel respiro dellefoglie una smania che dilania / abbraccia i contorni della notte".

La poesia di Felice Serino èbella proprio per questo: con delicate parole ci offre immagini poetiche,penetra e scandaglia l'animo umano, ci avvicina a Dio, proprio quell' Assoluto,che è la Poesia, una poesia fatta di immagini stupende e delicate.

 

 

Angelo Manitta

 

*

 

 

RECENSIONE ALLA SILLOGE DI FELICE SERINO “IN SOSPESO DIVENIRE”, 2013*

 

 

al di fuori di me -

 

io stesso luogo-non-luogo –

 

mi espando

 

 

 

Così,Felice Serino, dà alla luce l’ultima breve ma intensa silloge, “In sospesodivenire – Poesie dell’impermanenza”, titolo alquanto suggestivo e che, inpochi tratti descrive il ruolo stesso del poeta-uomo, dello scrittore,considerato per antonomasia il saggio, il pensatore, conscio d’una realtàfuggevole e capace, pertanto, di ravvisarne gli atomi in una sincrasi eclettica,unendo particelle e parole con una palpabilità maniacale. Ho parlato di“saggio” per un motivo ben preciso. Leggendo il Serino, m’è parso di risentirela lontana eco del Dao Dezi di Lao Tsu, saggio cinese che – nella succitataopera - scrisse una ben precisa frase: “Perquesto il santo permane nel mestiere del non agire e attua l'insegnamento nondetto. […]. Compiuta l'opera egli non rimane e proprio perché non rimane nongli vien tolto”. Si noti che la parola “Saggio” e “Santo” hanno, nel Tao TeChing, la stessa funzione di soggetto. Come per queste “poesiedell’impermanenza”, il Serino ha la funzione di lasciare un’impronta, un segnolieve “in sospeso divenire”, per l’appunto, per poi partirsi, allontanandosidopo aver detto. Il suo è un divenire lasciato ad altri, un qualcosa diincompiuto ma capace di tessere trama e ordito con una originalitàimpertinente, tra figure retoriche e costrutti semantici ridottiall’essenziale, eppure talmente precisi da centrare il cuore del bersaglio:

 

in trasognato sfarti figura

 

-quasi rito-

 

t’invetri

 

incielata diafana

 

 

quitroviamo qualcosa di molto raro, quasi una sorta di gioco di parole ereinventati neologismi privi di peccato ma che trascendono all’interno di un Locus amoenus racchiuso nell’utopia enella stagione di una vetrina al di fuori del tempo.

            Il Serino però è un treno in corsalungo diverse stazioni, sfiora emozioni di ogni sorta e non placa sicuramentela propria sete nella forra dei giochi della parola propriamente detta. Egli sifa anche semplicità negli occhi e nei sogni di una bambina, diventa foriero deicambiamenti dell’animo… si fa madre e poi muore alla vita.

            Senza voler troppo aggiungere, pernon guastare del lettore la sorpresa, il poeta Serino disvela e tributa laseconda parte dell’opera ai suoi amori, quelli familiari come quelli letterari,finanche alle letture di Ungaretti, Merini e Ginsberg. È una nota che suonadifferente in ogni tasto, il Serino e in questa breve silloge dà prova diquanta musica possa vantarsi l’animo umano, un Pathos capace di elevare o, talvolta, di colpire, lasciando senzaparole attraverso la bellezza e l’irripetibilità delle sue dinamiche.

 

Di Marco Nuzzo

 

 

* e-book realizzato da www.poesieinversi.it

 

 

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Casa di mare aperto

di Felice Serino

Prefazione di Marco Nuzzo

Centro Studi Tindari, Patti (ME)

Pagine: 90

ISBN: 9-788896-539859

Costo: 10€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ una poesia dotta, filosofica ericca di rimandi alla letteratura europea quella di Felice Serino contenutanella sua ultima raccolta dal titolo enigmatico “Casa di mare aperto”. Ed è unpo’ tutta la poetica di Serino ad essere attraversata da un certo ermetismo chesi realizza in un criticismo del linguaggio, in una frantumazione dell’identitàe in numerosi squarci visionari e addirittura onirici. Serino parte dal mondoche lo circonda, ma non è quello il suo interesse nell’arte della scrittura,perché l’intenzione è altra. La poetica si trasfonde a un livello più alto, atratti irraggiungibile a tratti difficile da capire, ma l’artifizio dellapoesia sta anche in questo: nel dire e nel non dire, nell’utilizzare unconcetto per elevarlo a qualcosa d’altro, metafisico, che non può averconcretezza proprio perché ha a che fare con la coscienza dell’uomo.

Importanti e degni di rispetto lepoesie d’impianto civile, che nascono cioè dal voler ricordare alcunipersonaggi centrali nel processo di crescita e progresso storico com’è lalirica dedicata al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nella quale Serinoutilizza l’isotopia del sangue e della violenza per tratteggiare il climad’odio, repressione e vendetta nei confronti della statista appartenenteall’opposizione: “Dal suo sangue si leva alto/ il grido d’innocenza/ aconfondere intrighi di potenti” (p. 20). La condanna alla tirannia, allademocrazia messa a tacere è evidente anche se il linguaggio di Serino evita ladurezza e si contraddistingue sempre per una certa armonia e levità, anchequando parla di drammi in piena regola. Ma ci sono anche poesie in cui il poetamette allo scoperto terminazioni nervose dolorose dal punto di vista sociale,come è il caso della poesia “A ritroso” ispirata al fenomeno poco noto deglihikikomori in Giappone che riguarda dei giovani che si auto-recludonoletteralmente in casa evitando una vera vita sociale.

Centrale anche il tema dellamorte che ritorna in varie liriche come pensiero spesso assillante, altre voltecome semplice dato di fatto dal quale bisogna partire con consapevolezzanell’impostazione del proprio progetto di vita. L’interesse per il mondo, perla socialità, la vicinanza all’altro e la riflessione sulla nostra esistenzafatta di giorni che sembrerebbero identici ma che non lo sono, trova ampiezzain una lirica in particolare, “In questo riflesso dell’eterno” dove il poetacon sagacia e freddezza verga la carta scrivendo: “imbrigliati noi siamo inun tempo/ rallentato/ noi spugne del tempo/ assediati da passioni sanguigne”(p. 61) in cui si ritrovano molti temi/aspetti che contraddistinguono la vitadell’uomo d’oggi: il tempo che scorre in maniera rallentata, troppo lenta,forse perché  non è più in grado divivere i momenti che riceve in maniera autentica, ma forse perché l’uomo senzalavoro, precario, disoccupato o immigrato che sia, senza una occupazione nonpuò che vedere il suo tempo scorrere in maniera lenta, dolorosa e oziosa;l’uomo è una spugna nel senso che riceve dal mondo, ma è sempre meno in gradodi dare; che assorbe, si assoggetta, accetta e che, al contrario, non fa, nondà, non propone. Il mondo frenetico e alienante che propone una società semprepiù efficiente, veloce e altamente tecnologizzata in realtà provoca un certoindolenzimento che si ravvisa nel sonnambulismo etico e pratico dell’uomo.Infine gli uomini sono “assediati da passioni sanguigne”: amore e sessoche, come si sa, non sono la stessa cosa e che spesso possono portare allafollia, al delirio, allo spargimento di sangue, in un doloroso banchetto in cuiEros e Thanatos giocano beffardi ignari di cosa stanno combinando. In “L’albache sa di nuovo” Serino esordisce con versi acuminati: “la si vive nelsangue la nottata” (p. 89).

Numerosissimi i riferimenti e le citazioni a numerosipadri della letteratura europea, tra cui Mallarmé, Ungaretti, Zanzotto,Pessoa  che, oltre a sviscerare ilgrande amore di Serino nei confronti della letteratura e la sua profondaconoscenza, rendono l’opera un gradevole e profumato percorso in altre storie,tempi e luoghi.

Lascio ai lettori di questarecensione un’ultima lirica del Nostro nella quale si respira un sensod’incertezza e un sentimento di sospensione che non è dato all’uomo capire; ilserpente presente quale immagine di fondo della lirica alla quale si tendeanalogicamente (si richiama il verde e il serpeggiare), rimanda ancora unavolta all’immagine del peccato, dell’avvelenamento e dunque della morte. Ma lacosa curiosa è che in questo caso non vi sono vittime, se non la serpe stessa:

 

Di un altrove(p. 78)

 

di un altrove

d’un altrove

striscia

di luce verde lamente

l’interrogarsiserpeggia

si morde la coda

 

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, criticoletterario-

 

Jesi, 1 Agosto 2013

 

 

 

FELICESERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta, vive a Torino.

Hapubblicato varie raccolte: “Il dio-boomerang” (1978), “Cospirazioni di Altrove”(2011).

Haottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevolicritici.

E’ statotradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.

 

 

http://blogletteratura.com/2013/08/04/casa-di-mare-aperto-di-felice-serino-recensione-di-lorenzo-spurio/

 

 

 

 

 

LA “CASA DI MARE APERTO” SPIRITUALE

NELLA PIÙ RECENTE RACCOLTA DI VERSI DI FELICE SERINO

 

di GIORDANO GENGHINI

 

Recentemente, edita dal Centro Studi Tindari di Patti, è uscita la raccolta di versi “Casa di mare aperto”, che riunisce tre diversi gruppi di brevi liriche scritte fra il 2009 e il 2011 dal poeta Felice Serino, noto - anche se non quanto meriterebbe - in Italia e anche all’estero (le sue poesie, pubblicate a partire dal 1978, sono state tradotte in sei lingue).

Il titolo della raccolta - lo si chiarisce all’interno del volumetto - è una citazione da Piernico Fè, e in qualche modo, a mio avviso, è la chiave per interpretare l’intera opera, caratterizzata da una lirica intrisa di spiritualità intensa che si irradia in molteplici direzioni: un “mare aperto” spirituale, dunque.

La lettura delle pagine - poco meno di cento -  è un’esperienza straordinaria e irripetibile.

Il tessuto dei versi  è coerente e ha un tono e un timbro inconfondibili. I temi toccati ruotano attorno a una ricerca spirituale intima del poeta ma nel contempo rivolta ad ogni uomo. I versi, come nei grandi artisti mistici del Medioevo, esprimono l’inesprimibile del mistero divino soprattutto attraverso il simbolo della luce. La spiritualità del poeta è però modernissima perché inquieta, mobile, non univoca.

Alcune immagini, metafore e parole-chiave sono ricorrenti nella raccolta. in primo luogo, la figura dell’angelo (o, meglio, degli “angeli / caduti / mendichi di amore”), simboli di aspirazione alla purezza assoluta. Ancora più rinvia a questa ricerca di purezza e verità assolute la metafora - che riappare in varie forme - del “corpo di vetro” o del “vetro del cuore”, cui si affianca la prevalenza di un altro emblema di purezza: il candore, che culmina nel “silenzio” di chi ha già lasciato la vita: l’ “immacolato manto / come un’immensa pagina bianca” che si identifica con l’ “Altrove”, ossia con il mistero occulto di “questa casa di vetro / eretta sulle nuvole”, a cui il poeta aspira - e alla cui rappresentazione concorre anche la suggestione generata dall’uso mai casuale o irrilevante degli spazi bianchi fra i versi o nelle pagine.

Oltre alla luce, altri simboli ricorrenti nei versi di Serino per esprimere l’inesprimibile - l’ “Oltre” - sono il sogno e l’azzurro, che si intrecciano con la musica nel tentativo di dare corpo (come nel “Paradiso” dantesco, di cui talora si avverte l’eco) al divino. Tuttavia, i versi di Serino non hanno certo caratteristiche tradizionali e meno che mai “cantabili”, in quanto nel loro originale ritmo si manifesta la presenza della realtà umana fatta di carne e sangue, dei “veleni del mondo” e, in particolare, del mondo contemporaneo in cui “l’autentico” è “violentato dal mediatico”.

All’interno di questa antitesi decisa fra l’ Altrove e il male del mondo (per il quale però, uscendo dal coro, la lirica del poeta non cerca espliciti capri espiatori, politici o di siffatto genere, cui attribuire ogni colpa) determinante è la funzione della poesia, che definirei profetica ma, anche, casa in cui rifugiarsi per distaccarsi dal male di vivere. L’autore infatti scrive: “nascosto starò nella rosa / azzurra della poesia”, evocando per analogia nel lettore anche il ricordo della “candida rosa” dantesca dei beati.

La spiritualità di Serino e la sua fede nell’Altrove non è mai incerta: “quando il mondo continuerà / dopo di me // a chi vi dirà lui non c’è più / fategli uno sberleffo”. Il suo misticismo non trascura le vicende della storia e degli ignorati “santi del nostro tempo”,  di non pochi  dei quali viene fatto esplicitamente il nome ( un esempio fra tanti: Oscar Romero, nel cui sacrificio, credo, il poeta vede il “rigenerarsi dell’urlo della croce” evocato in un’altra lirica).

La cultura su cui fioriscono i versi dell’autore è estremamente ricca: le stelle che la illuminano (lo si comprende da citazioni dirette o indirette, e soprattutto dalla ripresa rielaborata, nei versi, di altri versi, secondo una tecnica già presente in grandi poeti, da Dante a Luzi, ma usata in modo originale da Serino. Tale ripresa non è mai sfoggio di conoscenze: è invece indispensabile al disegno lirico dell’autore. Le stelle che rilucono nel cosmo intellettuale del poeta possono per alcuni aspetti essere forse accomunate, ma fra loro sono anche estremamente diverse: oltre al Gesù dei Vangeli e ad antiche (come Paolo e Agostino) e recenti (come, ad esempio, David Maria Turoldo) figure della spiritualità cristiana, figurano anche maestri di diverse spiritualità: da Steiner a Swedenborg a Paulo Coelho, per non ricordare che alcuni nomi. Né si possono dimenticare i riferimenti ai grandi poeti dello spirito: dal già menzionato Dante (alcune delle cui immagini, come quella del paradisiaco fiume di luce, sono rielaborate e riproposte in modo affascinante) ai più recenti Mallarmé, Borges, Pessoa, Ungaretti fino a poeti a noi vicinissimi come Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto.

La lirica di Serino si colloca nel panorama estremamente vasto di questa sorta di ideale “empireo della poesia” che si contrappone - almeno come possibilità di difesa - ai mali della storia. L’ampiezza dei punti di riferimento negli orizzonti culturali e letterari del poeta spiega anche perché la sua raccolta non rappresenta un tentativo - che sarebbe impossibile - di ricomposizione di tutti i punti di riferimento, ma una esplorazione spirituale, un moderno viaggio, termine ancora una volta da intendersi in senso dantesco.

A livello stilistico, il poeta dà vita a una lirica di grande intensità, che fa tesoro della lezione poetica del Novecento (in particolare, nell’abolizione della punteggiatura e della iniziali maiuscole) e del verso libero per creare un proprio originale timbro, spesso caratterizzato da affascinanti creazioni in miniatura, nelle singole liriche, di “opere aperte” che lasciano possibilità di diverse interpretazioni: né potrebbe essere altrimenti, dati i temi affrontati nella raccolta.

In versi densi di fratture e ricomposizioni, Serino ci propone - per rifarsi al “suo” Agostino -  una “città dell’uomo” in cui abbondano le asprezze (“le viscere nelle mani”) e una “città di Dio” in cui risplende l’armonia dell’Altrove (“un cielo bianco di silenzi” in cui è protagonista disincarnato il “fiume di luce che / ci prenderà”).

Non è il caso che aggiunga altro a queste mie modeste note, perché ogni tentativo - come questo mio - di presentare nell’ambito di un discorso logico-razionale una poesia che tale ambito travalica, non può che essere povera cosa rispetto all’esperienza della lettura dei versi del poeta. E concludo proprio con un invito alla lettura e con un’ultima osservazione: la raccolta di Felice Serino è un “mare aperto” al cui interno si muovono potenti correnti di luce. Credo che, per renderci conto di ciò, basti rileggere la bellissima breve lirica che, non a caso, chiude la raccolta, e che qui riporto: “d’un presentito chiaro d’armonie // d’un trasognato dove // vivi e scrivi // - tuo credo - // tua casa di mare aperto”.

Non è un caso, credo, che il primo verso sia un armonioso endecasillabo e che il secondo e il terzo, uniti, a loro volta siano uno stupendo endecasillabo, come non è un caso che l’ultimo verso coincida con il titolo della raccolta.

La “casa di mare aperto” rappresenta infatti, come ho detto all’inizio di queste note, la spiritualità del poeta: ma anche, io credo, la meta di un approdo cercato già in questo modo e, infine, la prefigurazione della “casa di vetro” nell’Altrove, cui - come l’autore - più o meno consapevolmente a partire dai poeti, tendiamo noi tutti. O, credo direbbe l’autore, tendono consapevolmente coloro che, come scrive in un’altra sua lirica l’autore, fra l’affidarsi principalmente a Freud (o ad altre “divinità terrene” del mondo d’oggi) e l’affidarsi al vangelo di Giovanni hanno già compiuto una scelta.

 

 

 

 

 

 

 

Un oltre in sé, quella “Casa in mare aperto” di F.Serino- Fernanda Ferraresso

 

.

 

L’epigrafe di apertura, ripresa dalla dedica di Raffaele Crovi , a Flavio e Teresio, pare individuare con precisione quale sia la scialuppa di salvataggio per praticare quel mare aperto e arrivare a casa.

 

 

La poesia allena l’ “analfabeta”/ancora vergine di conoscenza / a “disincagliarsi dalla vita” /e a viaggiare dentro il mistero/(che è la somma delle verità).

 

 

Ma si tratta di trasparenze lacere,  così le chiama Felice Serino, queste visioni , o voci, che arrivano da quel mare di cui dice e non ha nome, se non umanità, storia, e sembrano voci lacerate dalle perdite. I testi evocano, in questa  silloge breve, altre parole, messe nell’acqua del linguaggio da altri , sin dal titolo del libro, che riprende una frase di Piernico Fè, come cita nella prefazione Marco Nuzzo: -creando una sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle molte sfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visione d’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane. -E dovunque nel libro si sentono questi echi da terre senza nome, dispersi nei moti dei venti e tra le orme liquide dei naviganti, che hanno messo in mare i loro legni, le loro sementi, portando anche all’autore ulteriori germinazioni. Ciò che mira l’occhio di Serino non è direttamente il viaggio, ma il viaggiatore, poiché, come dice Pessoa,  è lui  il cammino. E qui , proprio riportando al suo piede e al suo occhio, al suo orecchio interiore, le voci degli altri, facendone terra del suo essere, Serino moltiplica questo andare in sé, lui terra e osservatorio di quel territorio senza fine, ma anche angusto, per la grevità dei gesti che si ripetono, e  sono gesti umani, stratificazioni del pianeta e della memoria, miseria e guerra  e  preghiere come pietre che sembrano infossarsi più che elevarsi se non partono dalle più oscure profondità di ciascuno. In quelle stesse profondità, oscure, spesso minacciose, esiste un altrove, a cui abbiamo accesso, in cui esiste un rifugio durante la navigazione ed è quello che è casa aperta nel cuore del mare. Serve viaggiare, serve andarci e la poesia aiuta a fare vela fino a quel continente che, alla fine, dopo una vita intera di rotte praticate , si scopre essere un oltre in sé.

 

 

fernanda ferraresso

 

 

*

 

 

E TU A DIRMI

 

 

lanciarmi anima-e-corpo

contro fastelli di luce

specchiarmi

nella sua follia

 

 

e tu a dirmi: Lui

-l’irrivelato-

nasconde il suo azzurro – è

lamento amoroso

 

 

*

 

 

IL LATO OSCURO

 

 

e se fossi stato

dell’altro sesso in una

vita precedentee ne avessi perso

memoria?

 

 

(ipotesi remota dici – di certo

campata in aria)-

 

 

junghiane profondità

tralasciando

scoprire come in un test

il lato oscuro del Sé

totale la parte

inconfessata (semplicemente

naturale) – la tua percentuale -

 

 

*

 

 

A RITROSO

 

 

(hikikomori)

 

 

un vivere a ritroso

le spalle all’oriente

dove

cresce la luce

vuoto delle braccia

vite

separate

 

 

tra l’ombra e l’anima

 

 

hikikomori: in Giappone sono oltre un milione.

E’ il fenomeno di ragazzi che vivono di “rapporti” virtuali chiusi nella loro stanzafuori dal mondo

 

 

*

 

 

L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO

 

 

indicibile la parte di cielo

ch’è in te e ignori – dice steiner

l’uomo in sé cela un altro

uomo: testimone che ti osserva e

sperimenti ogni ora:

 

 

basta che solo

un verso o poche note ti richiamino

a una strana forza interiore:

e cessi

di sentirti mortale

 

 

**

 

http://cartesensibili.wordpress.com/2012/11/04/un-oltre-in-se-quella-casa-in-mare-aperto-di-f-serino-fernanda-ferraresso/#comment-7275

 

 

 

 

Felice Serino – Casa di mare aperto

 

 

In Casa di mare aperto Felice Serino mette in gioco una poetica caratterizzata da una vena epigrammatica e lapidaria; la scrittura ha il pregio di essere originalissima, condensata e veramente icastica. C’è in Serino la ricerca di un senso profondo della vita, che si confronta con una visione anche biblica, pur rimanendo nella sua immanenza, nella sua concretezza, anche se poco viene detto del quotidiano.

Le categorie alle quali fa riferimento il nostro sono: sogno, natura, tempo, amore, morte, eternità, Dio, preghiera, misticismo. Il Dio detto da Serino ha una forte vena antropomorfica.

I versi sono quasi del tutto privi di punteggiatura ad esclusione delle parentesi e dei trattini. Poesia si fa preghiera.

Il misticismo si coniuga a fisicità come in Riempire i vuoti, nella sezione Lacere trasparenze, nella quale leggiamo il bellissimo verso …”è un angelo che ci corre nelle vene”.  E’ ricorrente il colore bianco, come simbolo di purezza.

Una vena intellettualistica connota questa poesia: sono citati Jung, Blake, ed Erri De Luca, tra l’altro studioso della Bibbia.

I sintagmi sono scabri ed essenziali e c’è qualcosa del primo Ungaretti. Molto alto il passaggio mistico il cielo è in noi e in noi c’è un altro uomo.

In Barabba c’è il tema del perdono di Dio tramite Gesù. Nel libro tutto veleggia in una dimensione di mistero.

 

Raffaele Piazza

 

 

 

 

 

 

PREFAZIONE ALLA SILLOGE “CASA DI MARE APERTO”

 

Appaga e tiene incollati ai versi, Felice Serino in questa sua silloge,Casa di mare aperto, titolo preso da una frase di Piernico Fè, creandouna sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle moltesfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visioned’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane.La poesia di Felice Serino, lungo tutta l’opera, si fa ispirare dagli scrittie dai detti di altri poeti, narrandone poi il proprio punto di vista e poiguarda, il Serino, osserva gli uomini in strati, tra guerre e miserie ne facondensa per i propri versi, spesso calcandosi in fondamenta dipreghiera quale speranza da ricercare nel proprio Es. Ed è proprio neldivagare che il poeta racconta gli strati di cui è fatto, ritrovandosipadrone di un altrove, un posto segreto nel quale rifugiarsi ogni qualvoltane abbia voglia, sia forse, pure, per quel bisogno di ricercare risposte,certezze che tardano a venire.Lo stile, seppur mai sfociante nell’accademico, presenta un vocabolarioricco, per una struttura mai metrica ma sempre e comunque libera, asottendere una “quasi ribellione” agli stili assimilati dai poeti, creandomovimento, caos di poche righe ma che, con quei pochi versi, riesce acolpire, acuminando la punta a ogni parola. Il risultato è densità,introspezione e calma apparente; e dico apparente perché dentro, è uncontinuo rovistare, setacciare e rimisurare le proprie norme, il propriofango e le scomposizioni di quell’insieme che siamo.Nel mio dire, ho sempre attentato alla composizione stessa di ciò che èPoiesis, come in un definirne il tutto e il niente stesso, l’eidos, la maturazionestessa dell’idea che porti infine alla costruzione naturale di un propriopercorso, fatto di una frotta di se stessi. Il Serino pare giunto ad una visionepersonale, ma siamo un viaggio che dura tutta una vita, sempre con nuovifronti da scoprire; per questo è importante avere nuovi occhi, più che nuoviorizzonti, per questo, all’abbisogna, necessitiamo d’essere illegali, rozzi.Necessitiamo d’esser Poeti.

 

Marco Nuzzo

(febbraio 2012)

 

 

 

 

 

FELICE SERINO - COSPIRAZIONI D' UN ALTROVE  (Vitale Edizioni, 2011)

 

 

 

Raccolta di versi freschi se il lettore riesce a trarre in salvo la loro caratteristica sempiterna, divisa in due parti, nella prima, ch’è intitolata “D’un Altrove”, l’invito a ricontattare un patrimonio immateriale appartiene a meccanismi di riflesso, intrattenibili addentrandosi nel tempo massimo per fare parte di una logica da messa in posa. La grazia nel lavorare col Pensiero è una costante dell’Esistenza, avendo abbastanza Amore da far passare davanti, essendo a capo di una Pazienza resa intraducibile dall’umanità stessa. Il trasporto cosmico risente della bellezza dell’essere sovrani sulla propria pelle seppur impotenti nella rivisitazione dell’intelletto coniugato all’imponenza del Passato, quel non dare più battaglia ai riferimenti straordinari del moto globale. Il lessico è raccolto nell’emotività predestinata al vago, al vaglio degli elementi armonici di cui non ci si accorge più immediatamente se non con un bagaglio di sapienza per rendersi autentici e meno imitabili. Nella seconda parte, dal titolo “Verticalità”, il poeta continua a mantenere la sua posizione contando su nessuna competizione, con una sensibilità che s’inorgoglisce nella contrazione delle evidenze, domini racchiusi in personaggi romanzati tra le parole di mobilità fisica, dolorosa, protesa verso titoli e poteri soporiferi, di un incantesimo incalcolabile. Lo stato di comprensione assorbe una silenziosità di eventi usati singolarmente, intorno all’autore permane quel minimo di pressione atmosferica indecifrabile, che non le permette la collocazione della sua normalità in termini introspettivi, subendo quasi le precipitazioni di una sacralità appuntita, eppure ai punti nodali del giorno è necessario proteggersi dagli strumenti dell’imprescindibile, attesi non come fossero un univoco scherzo della Natura per testare della serenità in citazioni maturate per un’analisi dell’Inconscio logicamente inaridita per compiuta estasi. La composizione è votata al divenire profetico, d’accarezzare con la speranza di star bene dentro di sé, col cuore che batte e ne sei così certo che te lo ricordi spaesato dinanzi agli ostacoli che si levano con un soffio d’aria, che rappresentano il senso del volersi bene, dispiegato, consumato.  

 

Vincenzo Calò

 

 

 

Recensione: “Cospirazioni d’un altrove” di FELICE SERINO.Poesie, Vitale Edizioni 2011, pp. 40, edf

 

 

Di Felice Serino avevo già letto qualcosa su Noialtri. La lettura della sillogedi recente pubblicazione, Cospirazioni d’un Altrove, inviatami dal Direttore A.Trimarchi, mi ha spinta a fare delle ricerche sull’autore, per tentare discrivere una recensione il più possibile obiettiva. Non è, infatti, una cosafacile anche perché spesso si teme di ferire la sensibilità di chi scrive.Per quanto riguarda il Serino, ho visitato i siti personali e mi sono trovata difronte ad un autore profondamente innamorato della poesia: più di quanto luistesso creda, amore che, a mio parere, talvolta lo condiziona nellaliberazione spontanea delle emozioni.D’altra parte, è innegabile la sua predilezione per la poesia ermetica e i suoicanoni. Il poeta ermetico non vuole e non ha bisogno di troppe parole peresprimere gli stati d’animo e le intuizioni. Gli è sufficiente utilizzare unlinguaggio raffinato e senza fronzoli per evocare la gamma dei sentimenti ecercare di svelare il mistero che circonda il significato della vita,esorcizzando la solitudine disperata che avverte dentro di sé quasi come unafascinazione, e che lo spinge, a volte, a trovare rifugio in una sorta dimisticismo espresso con versi brevi e criptici. In Serino non manca nulla ditutto ciò, ma una cosa è l’attrazione e la spontanea condivisione per la “poesiapura”, che si esprime con termini essenziali, senza orpelli di sorta, un’altraimporsi di scrivere in un certo modo.In verità F. Serino corre poche volte questo rischio, ma lo corre, e ciò accadequando si lascia tentare da una specie di compiacimento nell’uso delle parole.Per fortuna, interviene ad aggiustare tutto proprio la causa che producel’errore e cioè l’amore per la poesia che gli canta dentro. Ecco che allora iversi scorrono fluidi, limpidi, ad evidenziare l’arte di questo autore chesembra aver trovato la risposta al significato della vita, com’è possibilepercepire dall’opera in esame, nella visione surreale della scoperta del misterodell’esistenza, legato alla figura salvifica di Dio e degli angeli,: niente daperdere/ col disfacimento se oltre il fragile/ apparire sarai tutt’uno/ conl’immenso corpo cosmico/nell’eterno girotondo dei/pianeti / nel sorriso di Dio.È proprio in questa raccolta, composta da 41 testi e suddivisa in due parti, ilcui titolo si ispira a Paolo Coelho, che quanto detto prima, assume unaconnotazione più intensa. Nella prima parte, D’un Altrove, l’autore oltre alladichiarazione d’amore alla poesia e alla sua sublimazione nascosto starò nellarosa/………azzurra della poesia/ perché non intacchino/ i veleni del mondo/ labellezza del cuore/, oppure come in un sogno lucido mi vedevo/ librare oltre lenubi in levità/ l’altro lato mi appariva il versante/luminoso in forma dipoesia/ un’armonia nel tempo perduta/ essa non era che il vissuto compreso/inuna bolla d’aria un frammento d’eterno/, sembra ossessionato dal pensiero dellamorte che appollaiata sulla…..spalla dalla culla…..non dissimile dalla vita cispinge a riflettere su cosa resterà della nostra storia scritta sull’acqua. Sonole eterne domande dell’uomo trasformate in metafore intrise di sogno, quel sognoche riavvolge il film della vita affrancando il cuore appunto con la poesia.Nella seconda parte, Verticalità, all’inizio, ricorre il rischio legato sempre aquella specie di suo compiacimento nell’uso delle parole: vedersi su un piano/inclinato esistere/ sperdimento in/ lunato albeggiare/ su deriva dei sogni/ Lamadella mente/ incrinata azzurrità/ il vetro del cuore; poi, lasciandosi andare,raggiunge i livelli che rendono giustizia alle sue capacità, nel momento in cuicanta: sul lago s’è alzata la luna/ dentro silenzi d’acque/ è dolce la luce/ nelrespiro/ delle foglie una smania che dilata/ abbraccia i contorni della notte/,o ancora, dinanzi all’Assoluto/ misericordia mi vesta/ di un abito di luce/amen.Belli e intensi anche i testi dedicati o che prendono spunto da personaggifamosi con cui evidentemente il poeta è entrato in sintonia. Questo dimostra cheè proprio il fattore empatico che gli permette di accoglierli nella la suainteriorità per essere in grado di continuare a cantare il sogno: lasciamientrare nel tuo sogno/ adesso che col soffio di Dio/ ne scrivi pagineineffabili/……..dalle labbra della notte stanotte/ mi pare udire……una sinfonia damusica delle sfere.A chiusura la lirica, Inverni, e ancora una volta, una domanda esistenziale:quanti ancora ne restano/ nel conto apparente degli anni/ incorniciati nellafinestra i rami/ imperlati di gelo e la coltre/ candida che copre/ anche ilsilenzio dei morti. Immacolato manto/ come un’immensa pagina bianca/ la immaginigraffiata da/due righe di addio/ il sangue delle parole già/ rappreso mentre/ èlo spirito a spiare da un/ lembo di cielo. Sono gli ultimi due versi a dare larisposta, espressa, come sempre, da una visione surreale perché il poeta siritrovi a vorticare in un vento di luce spiando il mondo da fenditure di unsogno.

 

 

Annunziata Bertolone, per l’Associazione Culturale Noialtri

 

 

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Recensione di Michela Zanarella

 

 

FELICE SERINO, COSPIRAZIONI DI ALTROVE

 

 

La cospirazione è quell’accordo segreto che serve a modificare o cambiareradicalmente una situazione. Felice Serino con la sua raccolta poetica“Cospirazioni di altrove”, Edizioni Virtuali “Il Basilisco” ci accompagnain punta di piedi, “in segreto”, nella scoperta di un altrove, in queimisteri che girano attorno alla vita.La prima poesia è una dedica dell’autore a Stephane Mallarmè, il teoricopiù lucido della poesia simbolista. (Tenue rosa d’albore/nel cuore fioritedi cielo).Serino proprio come Mallarmè sogna di evadere in un mondo diincontaminata purezza, vuole raggiungere l’anima delle cose attraverso lapoesia.E’ così che l’autore si fa intermediario tra il visibile e l’invisibile,depurando il linguaggio da incrostazioni lessicali troppo rigide. Da “Hosognato di essere trasparente”: “vortico in un vento/di luce/da fendituredi un sogno/spio il mondo”.La parola si fa trionfo di purezza e riesce a radicarsi in prondità nelcuore del lettore rendendolo testimone di un repertorio intimoinesauribile.Felice Serino trae ispirazione da frasi, concetti, pensieri di altri poetie scrittori, rimodella a suo modo immagini e sensazioni forgiando i versidi un’autentica intensità e sincerità espressiva.Da una frase di Erri De Luca è nata “Consapevolezza dell’ essere” (…”mail cuore che non può morire/infiniti universi racchiude”).Erri De Luca diventa così la sorgente dove Serino abbevera il suo “magma”poetico.Anche lo scienziato e inventore Emanuel Swedenborg offre involontariamenteal poeta una forza creativa particolare.Swedenborg è stato uno dei pochi a sostenere di essere in grado dicomunicare con l’aldilà e in una sua dichiarazione ha rivelato: «Ho vistomille volte che gli angeli hanno forma umana e mi sono intrattenuto conloro come l’uomo si intrattiene con l’uomo, a volte con uno solo, a voltecon più di uno, e non ho visto nulla in loro che differisse dall’uomo inquanto alla forma. Affinché non si potesse dire che si trattava diillusione, mi è stato concesso di vederli in pieno stato di veglia, mentreero padrone di tutti i miei sensi ed in uno stato di limpida percezione.»Felice Serino in “Emanuel Swedenborg” sembra entrare in contatto con loscienziato, si affida alle sue virtù sensoriali fino quasi a supplicarlo:” lascia Emanuel che entri/ nel tuo Sogno”.La rivelazione sistematica di radici di fede prende sempre più piedenell’opera di Serino, il quale con molta umiltà si avvicina all’ Assolutochiedendo misericordia.Il poeta tenta una personale conquista nell’ interiorità, conservandoneechi, trasparenze e sospensioni, conservando in segreto il “raggio verde”delle parole.

 

 

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Recensione di Reno Bromuro

 

 

Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.

 

 

«È salamandra

 

 

sorpresa immobile

 

 

che finge la morte»

 

 

Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un’utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all’immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell’essere vitale. Da ciò risulta che oltre l’analogia con la vita vegetativa, valida solo nell’uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell’espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell’uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall’«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l’istinto comunitario e sociale, l’affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.

 

 

Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l’incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell’ esistenza fisica.

 

 

«ora m’incolpi del mio silenzio e

 

 

Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia

 

 

venivano spinti sotto le docce a gas

 

 

Io ero ognuno di quei poveracci in verità

 

 

ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda

 

 

del carnefice quando fa scempio

 

 

di un bambino innocente

 

 

Io sono quel bambino ricorda»

 

 

Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d’amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell’azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d’essere in collera ed eccitarsi alla collera.

 

 

«imbevuto del sangue della passione un cielo 

 

 

di angeli folgora l’attesa vertiginosa

 

 

nella cattedrale del Sole dove ruotano 

 

 

i mondi

 

 

è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)

 

 

Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all’espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all’eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev’essere legato ad un’elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L’io ideale».

 

 

«oltre lei forse fra le stelle 

 

 

dura quel sorriso che nell’aria

 

 

ti appare ora sospeso come fumo»

 

 

Nella totalità dell’esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l’altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.

 

 

L’artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un’Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un’opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l’Arte maggiore ha necessità dell’aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un’arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all’«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l’Arte maggiore. Per giustificare quest’atteggiamento, occorre risvegliare l’io cosciente, in modo che l’opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell’autore.

 

 

«anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce

 

 

la più abietta la benedetta

 

 

anch’io ho urlato a un cielo muto e distante

 

 

Padre perché 

 

 

perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto»

 

 

Nonostante l’effettiva bipolarità tra «L’io creativo» e il «Sé razionale» l’io personale, l’unità dell’individuo umano non deve rimanere inalterata nell’esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all’io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».

 

 

© Recensione a cura di Reno Bromuro

 

 

 

 

 

Critica al libro “In una goccia di luce”di Felice Serino.

 

 

A cura di Luca Rossi.Febbraio 2009.

 

 

 

Incentrato sulla psicologia dell’ Io, tra interiorità-esteriorità, tra morfologia del corpo (il pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta dare alla luce queste nuove liriche, riaffermando il suo indagare su ciò che è temporalità e realtà.Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il corpus poetico che vede la “bellezza dell’essere” risiedere nel mistero ancestrale del creato.Quell’essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che acquista scarso valore. E’ questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge.Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla luce dei lumi del cristianesimo.Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno un loro ruolo (vedi: “In sogno ritornano”): “amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati…// si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel senso di perdizione…”.Riflettori da cui diparte una luce “insostanziale”, che ci permette di vedere il “non-vissuto” o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura “…luce verde della memoria/ scuote la morte”, come afferma in “Insostanziale la luce”.Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il discorso antropologico intrinseco nel vissuto di ognuno: “…sostanza di luce e silenzio/ sapore dell’origine…”, da “Lacera trasparenza”.Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: “…camminare nel mistero a volte/ con passi non tuoi…”, da “Entrare nella luce”.Mistero come sinonimo di fragilità dell’essere e brevità del tempo, o fortezza di entrambi. Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero ritenersi i versi centrali di tutta l’opera, riportati in “Se ci pensi”: “capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i marosi il tempo/trama il tuo destino di piccolo uomo?…//…mentre tiripugna/ il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto”.Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino Gilbert?Incostante, poco convincente la chiusura della poesia “Mondo”, dove colui che scrive sembra smentire tutta una filosofia etico-morale appartenente al suo modo di concepire l’immagine dell’essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in “quel” mondo che nasce l’uomo descritto da Serino, anche se proveniente da bagliori indefiniti. E’ proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore solo se entrambi coesistono.Non ci potrebbe essere amore se non esistesse odio. Non ci potrebbe essere odio se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte del trascendente.Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello stesso uomo che il bene e il male convivono.Così come in “Sic transit…”. Ma questa è la realtà dell’uomo contemporaneo. Aggrapparsi all’effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente l’abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità nell’apprendere il suo professare.Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della poesia, anche se talvolta difficile da concepire.Una poesia fine a se stessa,con un costrutto essenzialmente “vuoto”, è infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo sguardo alle “coordinate dei sogni – e/ l’insaziato stupirsi della vita/ da respirare su mari aperti// – che tenga lontano la morte”, da “Nel segreto del cuore”.La morte, la morte…Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: “e tu di nuovo ostaggio della notte/ l’invito/ l’abbraccio del vuoto// parola neo-nata/ la chiami nel buio/ l’innervi in parole// la plasmi a scalpelli di luce”, da “L’invito”.La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo concatenare i puri elementi dell’anatomia umana (sangue, nervi, fonemi, ecc.) con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni, così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi.Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il poeta, di quando sia nato o di ciòche abbia scritto. Le poesie da lui scritte sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell’uomo-poeta.Egli è l’Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene, corporea e del pensiero.Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E’ apportatore di sogni, osservatore notturno, interprete. Mercurio, nella mitologia romana.Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma dell’essere.Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro “uomo di domani” deve rivalutarsi dal passato.Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il mistero, oltre lo stesso.Mi permetto solo di rubare alcune parole all’amico prof. D. Pezzini, direttore della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso l’università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari: “Thomas ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale egli traduce un percorso di scoperta personale che passa attraverso la lettura del mondo in cui vive (…) e di indagine ostinata del proprio io alla ricerca del senso ultimo delle cose.”Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.

 

 

 

 

 

RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “DENTRO UNA SOSPENSIONE” – 2006

 

 

Da qualche tempo mi chiedo se la scrittura sia altro dalla vita: mi è capitato di non riconoscere l’uomo incontrato, prima, solo nei suoi versi.

 

 

Chi è Felice Serino, un uomo il cui vissuto sembra continuamente dilatarsi in una luce cosmica e frangersi in un big-bang silenzioso? Sentimento, questo, di un continuo morire, precipitare, sprofondare, ma anche di un rinnovato germoglio che vince la morte con dolore, in un grido di luce.

 

 

Vita-morte o morte-vita: sequenza naturale, seme di vita nel cosmo e nell’uomo, oppure segno di contraddizione, come nell’amore cristiano, dove appunto la morte è inizio di una resurrezione?

 

 

E come si concilia questa particella di memoria cosmica infinita, senza tempo, con il senso di alterità, incompiutezza, ambiguità, forse, che l’accompagna? La percezione di un se stesso diviso, spiato attraverso uno specchio, copia, proiezione, fantoccio che cammina accanto (mi ricorda l’amato Sbarbaro). Ma qui la dimensione del sogno, che ritorna quasi ossessivamente in tutte le composizioni, anziché contenere una ricerca di senso, un pensiero, sembra scivolare, galleggiare in un flutto di sangue.

 

 

E’ questo il suo mare? Il canto ha la stessa voce: poche variazioni sonore (e poche, essenziali parole) fluiscono senza pause in un’armonia siderale, monocorde, eppure mai uguale, che lambisce, sfiora senza carezze, sembra appartenere alla superficie delle cose e invece è profondamente …dentro una sospensione. 

 

 

GianCarla Raffaeli

 

 

 

 

RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “LA DIFFICILE LUCE” , 2005di Felice Serino

 

 

Nostalgia immemore

 

 

Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie terrene.

 

 

Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c’è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c’è un ricordo bello e non c’è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c’è… non c’è, non c’è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell’amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l’eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d’infinito di quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell’atto del creare, han separato Creatore e creatura. E’ questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.

 

 

E’ facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o imprecazioni in attesa dell’immancabile ritorno.

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