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Frankie Starlight 02 - Scottish Dance number 5

Scrivere di notte vale solo se il giorno prima si sia sofferto sufficientemente, non è una regola generale ma l'unica regola. Soffrire e sentirsi morire, solo sentirsi morire perché altrimenti qualunque sia il cammino successivo, quale che sia l'alternativa dolce o mellifluo viatico, non vi sarebbe più nulla di alcun valore tangibile e nessun dolore per cui bruciare e quindi poter soffrire sentendosi morire e, sentirsi morire risulterebbe essere adeguatamente bastevole allo scopo... il più delle volte. Soffrire perché è più semplice che rimediare, più semplice che rimediare, ricostruire, ricacciare, rammendare o semplicemente chiedere scusa, molto più semplice che abbandonare ogni pinta di orgoglio dimenticata a decantare in fondo ad ogni bicchiere, in ogni culo di bottiglia altrimenti abbandonata sotto la credenza, sarebbe persino ancor più semplice che sposare lame ed aghi e fiamme più o meno concentrate. Potrebbe essere anche molto più semplice non soffrire... si renderebbe necessario e, nell'eventuale probabile possibilità, smettere di invidiare la (sua) tua presenza così scomoda e ingombrante, un po' itterica e a tratti persino dannatamente livida e per questo, appagante. Ma come faccio a lasciarti andare portandoti via tutto il peso che mi opprime, tutto il disagio, l'acredine ed il rimpianto, come faccio... non si può proprio fare, non è logicamente possibile liberarsene, è un fardello che ha messo ormai radici così tanto profonde da non poter più essere distinte dal corpo dal quale ogni linfa venga inesorabilmente eradicata. Allora... allora resta solo soffrire, non è una regola generale ma l'unica regola.

Aveva paura di poco e quel poco era comunque necessario, mezzo piatto di foiolo al sugo con le olive nere ormai freddo spinto sotto al divano, un bicchiere pieno di bourbon come fosse acqua fresca ancora in mano, maglia e pantaloni ormai intrisi di sudore e di disperazione, un toscano smezzato che, aspirato senza ritegno, partorisse già una cenere pastosa e consistente pronta a bruciare ogni tessuto. Sacrificare ogni legame, ogni rapporto, ogni più piccola certezza e ancora perdersi e cadere scivolando piano o rocambolescamente in modo accidentale via via sempre più rapidamente. Venere venerea venerava vetuste vesti, validi vincoli venefici, vecchie verità vane vuotando velocemente vestiboli. Vaneggiava Venere vagabondando. Venere viaggiò, vilipese vessando, vandalizzò vendicandosi. Vegetò Venere vegliando versi violati. Vuoi vedere viscida Venere? Vuoi veramente vedermi venire?

Scrivere... scrivi e scrivi perdinci cosa vorresti farle leggere, frasi che non ti ascolterà pronunciare mai perché non è nella tua natura e la comunicazione che dal tuo punto di vista è solo un'ermetica capsula deflagrante spesso producente più danni persino del comune tacere. Scrivere... scrivilo ed io... scrivo di molto e per diversi momenti, non sempre e non di tutto. Scrivere è percepire, suonare un po' con le parole perché pur essendo esse magari perfette nella mia testa ora appaiono grezze e inusabili all'atto pratico ed a proposito di parole, un amico (arrogandomi il diritto di definirlo tale) scrisse una profonda ed apprezzata riflessione sulle stesse, le quali, dileguatesi senza ragione e motivo, smarrite come se lungamente sopite, infine si ritrovassero investendolo all'improvviso e restituendogli la possibilità di modellarle nuovamente. Non so se io abbia con le parole questo legame così intimo pur se ad esse delego parte del mio tempo, della mia vita, del mio essere senza alcuna velleità di riceverne da esse alcun tipo di gratificazione, sono parole, solo parole e mi servono per poter così sintetizzare quel filo arroventato che spesso argina le mie cattive abitudini rendendomi almeno in apparenza nuovamente abile e considerabile almeno a livello di rudimentale bestia senziente. Scrivo della Quinta perché delle quattordici declinazioni assortite in quel compendio, la Quinta è forse la più famosa e non importa che ci se ne accorga, essa è lì persistente e il suo stesso persistere propelle quella sottile sensazione verso ampi ed immensi e nuovi orizzonti ed il propulso non è dimenticato ma resta a futura comprensione da chi, ancora impreparato, sia incapace di avvertirlo.

Avevo paura di poco ma quanto poco ci vuole ad avere paura e non lasciarsi più andare... Sono anni che non ci si incontri più saltuariamente, sospiri annegati durante secondi svilenti ed ammorbanti, se tempo sia stato... che tempo resti nero su bianco o che si disperda nell'oscuro biascicato ed espressamente criptico. Sono anni che ti scriva senza che tu riceva alcuna delle mie parole, sarebbe un errore imperdonabile, sarebbe una soluzione da codardi e comunque scriverti è un modo di espiare perché non è possibile rimuovere i ricordi. Il cervello naturalmente effettua già una cernita molto precisa al riguardo. Ciò che risulti nel bene e nel male non può essere più rimosso, non consciamente e allora il quotidiano, questa semplice quanto efficace scorza di apparenza, diviene solo un pretesto per poter restare costantemente il più lontano possibile da ciò che esso rappresenti. Te l'ho detto mille volte mille, non posso pretendere che tu capisca e non voglio nemmeno che tu ci provi in qualche modo. Va sempre male così e analizzando ogni possibile variazione non devi prendertela, io (pre)tendo e mi adopero a ciò e gli altri... gli altri sono sempre liberi di migliorare e di mantenersi salvi e lontano da ogni pozza melliflua che la realtà propini loro ad ogni angolo e per ogni traversa. Qualcuno definisce un fatto come un che' di sorprendente ma in ciò, io vedo solo l'ennesima tessera perfettamente posata ed inutile in mezzo a tutte le altre, a tante altre, non è mia premura verificarne l'effettiva durabilità o scopo, è solo apparenza perché ciò che cerco non può essere ritrovato e non può esser nemmeno smarrito.

Certamente da primo accettare non era un'opzione, da secondo probabilmente ne avrebbe ponderato l'esclusione, da terzo… beh da terzo era possibile rifiutare nonostante la decisione fosse inevitabilmente pregna di tempo ma da quarto qual'era, da quarto, il rifiuto non era assolutamente ponderabile e quindi, da quarto, accettò. Accettò meschinamente di farsi irretire, accettò senza pretese e senza remore. Sarebbe stata salita ma solo per un po', sarebbe durata ma solo per un po' e sarebbe stata anche discesa da un certo punto di vista. Non avvertiva il peso che già opprimesse il cammino, non si voltò mai indietro, non ebbe fretta ma andò un passo alla volta, una cicatrice alla volta. Ed eccoci ancora una volta sul tappeto che non conosce tempo ma di esso impregnato, un po' sudicio un po' arricciato ma sempre al suo posto, sotto al tavolo rotondo nel grande soggiorno. Già... sembrava un tavolo così grande, tanto da potercisi nascondere agevolmente e lì attendere, tra tappeto e tavolo, tra ruvido e legno, ogni volta che i fulmini squarciassero le tenebre con tuoni dirompenti per nulla ovattati dalla pioggia scrosciante, nei lividi mai del tutto sopiti ad ogni brivido e dalla paura che da sotto il letto e da ogni più recondito angolo del mio essere premesse per uno spiraglio affilato di schiavizzante libertà.

E quando il dolore divenne così impellente da sopraffarmi, oltre all'angoscia, oltre alle cicatrici, oltre al lardo ed alla mia costante ed ottusa inadeguatezza non chiesi alcun aiuto ma decisi di andare via prima che fosse troppo tardi per rimediare, prima che un ulteriore crisi potesse obbligarmi a renderla definitivamente perché sai, c'ero andato vicino dannatamente ma mi salvai per un minimo senso egoistico d'amor proprio o più semplicemente livida ed atterrente paura. Allora viaggiai abbastanza da potermelo permettere senza una meta precisa purché fosse un po' più lontana ancora e quando la raggiunsi, non mi sentii affatto meglio. Dalle Ebridi la luce si percepisce in modo diverso, anche la risacca muta tono, non sembra che si pachi anche nelle baie e le insenature apparentemente più tranquille, essa irrompe il più delle volte ed io iniziai ad abbandonare ogni concetto precostruito, ogni nozione base. Lontano da strade e città e persone, camminavo a volte per ore o spostandomi grazie ad un mezzo occasionale, dormivo non importava dove, avevo carta per scrivere, tabacco da fumare, molta più fame forse ma anche molta più consapevolezza. Pensai fosse un peccato a quel punto, dopo tutto quel viaggiare in vista di Lewis, perdere ancora l'occasione di restarvi ancora un po' e mantenere tutto ciò. Il dolore non cessò per quello, non smisi neppure di disperarmi eppure la distanza mise sabbia, così tanta sabbia in fondo al pozzo che il cuore smise di sincopare e la mia mente si riadattò ad un altro modo di comunicare e non ebbi necessità di ritrovare quelle cicatrici così avvilenti e per tutto il mio vagare non tentai mai un contatto con ciò che avessi lasciato. Soppressi le bocche del dolore e per un po' non ne ebbi di nuove e lì restai finché ne ebbi la forza. Restai senza alcuna velleità di poter guarire, restai per assaporare il risultato di una scelta, una delle poche mai fatte non del tutto sbagliate, in vita mia. Poi venne Hirta ed in lei mi persi. Pensai di essermi allenato a sufficienza in quel periodo, di essermi alienato a sufficienza, di aver percorso abbastanza e aver smesso di cercare sufficientemente. Il dolore non mi abbandonò mai ma modificai il mio modo di comunicare e di essere, non cercai più di adeguarmi tutt'altro; oggi vedi solo quello che vuoi e puoi vedere di me perché è quello che io conceda a te e agli altri. Il dialogo ha la stessa reciprocità del vento verso la vela, se non è a favore non è possibile navigare e pur fornendoti tutto il vento con le parole di cui tu abbia bisogno su di un immenso e sconfinato dialogo, esso, non sarà mai a tuo favore. Solo... va bene, superficiale va bene, soffrire va bene, puoi pensare ciò che vuoi e ritenermi ciò che vuoi, il peggiore, l'inutile, va bene anche questo, non è mia intenzione dissuadere te o gli altri.

I miei dialoghi sono estinti ormai, contemplo ed adopero solo sequenze di monologhi e soliloqui, di recente i soliloqui hann preso il sopravvento sui monologhi e monopolizzano la mia capacità comunicativa lasciando solo minimi orpelli percettivi e percettibili all'altrui interazione. Non avverto il bisogno di comunicare con voi altri per poterne o doverne ricevere una conferma o un'impressione. Generalmente questo potrebbe essere necessario solo avendo una base comune di reciproca fiducia ma ho allagato quelle camere del parlatorio molto tempo fa e pur volendole recuperare, non saprei più come fare. Me ne accorgo quando sostengo un dialogo esterno, le mie vie sono lampanti ed i miei modi eloquenti e chi interagisce è a proprio agio perché io sono al sicuro mille miglia lontano, in fondo al pozzo, a marcirvi di/al sicuro e il dialogo è solo effimero, è solo un'apparenza di normalità, un velo davvero sottile e quasi invisibile e tuttavia sufficiente allo scopo. Il tempo non serve, la volontà non serve, le persone non servono, i legami non servono, almeno non per come io sia, soffro e va bene e anche le cicatrici ritrovano costantemente nuovo tessuto da depredare e non è un dramma. Affermi che il tempo sia tangibile, che lo si ritrovi in ogni suo riferimento come un orologio ma non è vero, il riferimento di un orologio è solo e sempre un altro orologio. Il tempo non esiste se non nella nostra percezione di un nanosecondo precedente un'azione e nell'immediato susseguente nell'averla compiuta. Ti devi svegliare hai capito!

Quanto serve a lenire un po' di questa mia inettitudine o almeno un po' di questo dolore... quindici nuovi chili di lardo richiamati con furore negli ultimi tre mesi, del silenzio infinito, un pensiero chirurgico lungo duemila parole o dodicimilacinquecento caratteri punteggiatura inclusa, una nuova ustione o magari dieci, una ferita che mi faccia ponderare l'intensità del dolore ch'io stia già sperimentando per cause indipendenti dalla mia volontà, una veglia di sessantadue ore filate, tagli paralleli ed ordinati, l'aspirare continuo di fumi combusti che si sedimentino permanentemente nei miei polmoni, un pianto liberatorio, un grido lancinante, un viaggio lungo quarantaepiùanni, il pensiero verso coloro persi, l'essere inutile nel quotidiano fradicio, il sapore ferroso in bocca e gli occhi sbarrati, la superficialità infinita che mi si sia cucito ormai sopra e sotto la pelle, una spirale affilata di ricordi e rimorsi tra rimorsi e ricordi e pensieri e parole... una notte iniqua al giorno che verrà o la mia vita iniqua alla mia morte iniqua e dubbi e ulteriori imponderabili scelte... esservi, e anche solo per un istante significherebbe bruciare, affermare con certezza quanto mi laceri e quanto male mi faccia tutto questo... farle capire... farti capire e capire che sia già troppo tardi.

Io credo, no... io convengo che tu abbia ragione e per questo... vado. Non è una regola generale... ma l'unica.