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COMMENTI

Commenti a poesie di

Felice Serino

[di Luca Rossi, Andrea Crostelli e altri]

Considerazioni sulle poesie di Felice Serino:
Spiove luce – Immersi nell’Assoluto - Infanzia

*

Spiove luce

spiove luce
di stelle gonfie di vento
col tuo peso
greve di limiti
ti pare quasi vita sognata
il vissuto già divenuto memoria
siamo frecce
scagliate nel futuro
o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?

Da In una goccia di luce, 2008

*

Immersi nell’Assoluto

come in una bolla d’aria o goccia
di luce
si ha vita
nel fiato del Sogno infinito

Da In una goccia di luce, 2008

*

Infanzia

la tenerezza dei giorni verdi
sparpagliati
nell’oro del sole appesi
alla luna
il papà dalle spalle
larghe come la volta
del cielo
quel sentirsi dèi – quasi
alati senza peso – e
non sapere la vita
Innocenza nostalgia del paradiso

* * *

ALATI SENZA PESO

Il nostro vivere non si concretizza, non si materializza malgrado le attese.
Siamo disciolti nell’aria come “frecce scagliate nel futuro”, ciò che conta si chiama anima. Il tendere. La concentrazione nel volo per non cambiare direzione, per non deragliare. Il tendere come dapprima le corde dell’arco. O come una bolla che il “fiato del Sogno infinito ” ti ha spinto.
Continuare il viaggio rilucendo dei colori del sole fino a dissolversi in esso.
“Sentirsi dei ” è la leggerezza della grazia, è comunque l’abbandono al Supremo, come bambini che ritornano agli affetti e si lasciano guidare fiduciosi nell’ignoto che li attende.
Andrea Crostelli

Note per Flavio
Si è detto che il poeta viva dentro un perpetuo stupore. (1) A maggior ragione possiamo affermarlo parlando di Flavio Ballerini. Un poeta straordinario, personalissimo nel singolare modo di esporre i suoi versi, spezzati o dal ritmo musicale sincopato, espressi al tempo stesso con la forza di una continua novità (2); la novità e il candore propri del bambino che si agita dentro il suo essere diviso, che si lascia sorprendere dalla meraviglia della vita, dal suo miracolo.
Questo è il poeta Ballerini, un alchimista, “ballerino” della parola.
- - -
“come protezione si custodisce / la luce viva del sognare…”; “la vita se non è un miracolo muore” (pagg. 48 e 62 di “Emozioni maldestre”).
Si vedano ad esempio i pochi versi folgoranti ispirati dalla mia poesia L’ombra.

Felice Serino

Insostanziale la Luce

insostanziale la Luce
nella carne si oscura
(energia fatta densa)
luce verde della memoria
scuote la morte:
il nocciolo del tempo
nel buio delle vene è universo
presto deperibile
- da La bellezza dell'essere, 2007 -

Felice Serino

*

La luce ha bisogno di arrivare, come nel tunnel di una galleria ha sempre fame d'aria, di libertà, dispazi aperti, di correre fluentemente a gran velocità.
Non appartiene a nessuna sostanza (insostanziale) la luce: nella carne, nella materia, si oscura, perde di forza, di energia, si appesantisce… La sostanza del tempo / nel buio delle vene è universo /presto deperibile, ma la memoria salva dalla morte, riesce a rendere vivi avvenimenti passati (luci)di gioie irripetibili che sembravano perse. Si tratta di una memoria spirituale che non è cancellabile, bensì eterna.
La poesia di Felice Serino è di una brevità lessicale e concentrazione di significati unica. Se dovessimo catalogarla tra terra cielo e mare, diremmo senza dubbio che è una poesia di cielo.

Andrea Costelli

ACCOSTAMENTI A "CREATURA" DI FELICE SERINO
(riflessioni, riferimenti personali ed altro)

CREATURA

mi godo la luce
come farfalla
sul palmo della tua mano
Signore non posso
che offrirti il mio niente –
fragile creatura
ti devo una morte

Da Il sentire celeste, 2006

Quante morti, per non pensare a quella ultima, abbiamo reso a Dio?!… e, quindi, quante resurrezioni!
C'è un'intuizione strabiliante in questa poesia. Ovvero la figura della farfalla abbinata alla morte.
Qualche anno fa ho avuto il privilegio di seguire da vicino un ragazzino dodicenne malato di tumore (uno dei cancri più rari e tremendi). L'ultima volta che l' ho potuto portare davanti casa, semi-seduto su una sdraio, ho assistito a questa scena. Aveva una piaga sul ginocchio sinistro e, mentre si stava meditando il rientro, un nuvolo di farfalle bianche (le cavolaie) andò a posarsi su di lui e a baciare quella ferita.
Era coperto di farfalle, stettero in quel posto sacro, su quell'altare umano per minuti che sembravano eterni, prima di allontanarsi come uno sciame d'api venuto dal nulla.Era il segno che stava per essere accolto, dopo la morte, da quella luce straripante che in quegli istanti particolari ci aveva invaso. I giorni seguenti videro Samuele (così si chiamava) in coma. Un pomeriggio pensai che era il caso di portargli la comunione e pregare un po' insieme. In effetti si svegliò dal coma e pregò profondamente insieme a tutti i presenti (familiari e amici). Il mattino dopo sullo stradello che porta a casa sua trovai una cavolaia morta. Piombò dentro me il dolore della perdita assieme alla certezza consolante di avere un santo, ora presente, "solo" in maniera spirituale.
Le morti interiori a causa del male commesso sono l'offerta del nostro niente a Dio. Offerta per il rifacimento totale del nostro essere che cerca la vita nuova nella grazia.
La morte può essere intesa pure come liberazione dai pesi terreni, la zavorra che si stacca dal nostro corpo che acquista leggerezza e sale nel cielo pari a una farfalla e, delicatamente, va a cercare la mano che l' ha generato e vi si posa [per sempre].
C'è un altro significato che mi preme venga messo in luce. Quello che sta a dire: la mano del Signore mi ha salvato ora gli devo la vita (o meglio, quella gliela dovevo anche prima, ora gli "devo una morte".

Andrea Crostelli

Commento a Il mondo le cose del mondo, di Felice Serino
a Padre Pio

il mondo le cose del mondo
ci devono scivolare addosso
come acqua – dicevi
mentre era un sorriso
interiore a illuminarti –
guaglio':
la casa del Padre è in fondo al tuo cuore
ma è il cuore
un campo di battaglia: a ogni giorno basta
la sua pena –

Da Il sentire celeste, 2006

*

Padre Pio parlava con semplicità di cose spirituali, ma c'è da lavorare, da togliere squame per andare all'essenzialità, per trovare sotto la carne tenera del cuore.
Ed il cuore è un campo di battaglia che gioca suo malgrado con le nostre falsità (falsifica il male per poi trovargli posto la mente/volontà distorta).
A ogni giorno basterebbe la sua pena e credo sarebbe perfetta letizia, ma si aggiunge un fardello troppo pesante sopra al cuore (il nostro orgoglio-egoismo) che soffoca i suoi veri battiti con un riverbero non più chiaro. La difficoltà del Dottore è quella di non poterti dire come stai, avendo tu interrotto il sistema di comunicazione via cuore che arriva come un segnale telegrafico non decifrabile. Bisogna cogliere allora il "suono allarmante" che indica il pericolo, la strada senza sbocco. Bisogna cogliere il lamento e risalire all'incrocio in cui abbiamo preso la via sbagliata.
Il cuore, in realtà, lo dobbiamo sentire da noi stessi – l'eco scandito dal suo battito, il pulsare dolce, soave, leggiadro che è lo stato di grazia al quale dobbiamo tendere.Il sorriso che esce dal cuore.

Andrea Crostelli

Nel segreto del cuore

tenere in serbo scomparti
colore del vento che oblìa
memorie: rossi
come il sangue della passione
verdi come le prime primavere
azzurri come il manto di madonne
custodirvi gocce di poesia
cavalli di nuvole ed arco
baleni –
le coordinate dei sogni – e
l’insaziato stupirsi della vita
da respirare su mari aperti
- che tenga lontano la morte

Felice Serino

* * *

Nota a cura di Andrea Crostelli
luglio 2008

"Nel segreto del cuore" enumera ogni attaccamento dell'anima alle cose che ritiene essenziali.
L'impronta che ci caratterizza che vorremmo avere sempre davanti agli occhi per non perdere gli stimoli, gli entusiasmi.
Chi siamo e da dove veniamo... domande alle quali c'è bisogno di avere sempre una risposta pronta per non smarrirsi.
La morte, infatti, è la motivazione che viene a mancare, è l'assenza fatta di vuoto (non l'assenza dello "stupirsi" che è contemplazione, estasi, massima presenza).
Il "respiro su mari aperti" è laddove riusciamo ad essere liberi. Ad essere spettatori, a volte, di noi stessi. In quei frangenti possiamo meravigliarci della nostra persona come se venissimo a conoscerla improvvisamente, come il bambino che fa esperimenti e si compiace delle sue capacità e allora parla ad alta voce, parla a se stesso.
Raccontarsi con la poesia, progredire nel presente dello spirito che muove le cose, le inventa, le materializza, le valorizza, le sublima.

CIELO INDACO

confondersi del sangue con l'indaco
cielo della memoria dove l'altro
di-me preesiste - sogno
infinito di un atto d'amore

*

Commento critico di Luca Rossi
Ottobre 1999

E' l'attesa l'elemento fondamentale che si evidenzia in questo scritto.
Un'attesa-sogno che va a rivelarsi in ciò che già comunque in un certo modo sussiste: ". . .di me preesistente".
Si chiude con la poesia l'inizio della vita, quell'atto d'amore che ci ha generati per essere attesi là dove già era collocato il nostro posto.
E non c'è dubbio sulla nostra nascita perché la memoria è un cielo color indaco che aspetta solo il confondersi del nostro sangue con esso, perché tutto si possa realizzare come predestinato, come preesistente.
E oltre l'attesa, anche il desiderio.
E' un sogno potere credere che un giorno qualcuno verrà, farà parte di questo cielo dove memoria è uguale a realtà vissuta ma allo stesso tempo che deve ancora venire (l'altro di me ed io futuro).
Quattro versi per descrivere un'attesa così lunga.
Quattro versi per descrivere un desiderio che sembra non avere mai fine. Quattro semplici versi per ricordarci che non più lunga deve essere l'intensità che si prova riflettendo su di essi.

I FUOCHI DELLA LUNA
(a cura di Luca Rossi)

coi fuochi della luna bivaccanti nel sangue
baluginare d'albe e notti che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare di
creatura celeste che a lato mi vive
nella luce pugnalata

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

*

Dire se i fuochi della luna siano cosa reale o meno, non possiamo affermarlo con certezza.
Ma se per un momento, come fa il poeta, cerchiamo rifugio nella notte, allora potremmo vedere anche noi questi fuochi prima di oltrepassare la sottile linea che ci divide dal razionale, per inseguire un delirio che ci faccia sentire diversi da ciò che eravamo, fino al mezzogiorno di un incubo che prende il nome dalla vita di tutti i giorni dalla quale fuggire per un istante.
Ordinaria follia di un giorno che si vorrebbe esorcizzare, per superare il confine in cui la mente si libera da opprimenti istanze, dove fiumi di sangue scorrono davanti ai nostri occhi per avere accoltellato la luce tra un inseguirsi rapido di albe e di notti (come dice il poeta) in cui vivere o lasciarsi morire.
Già, perché non c'è modo di liberarsi del giorno che uguale ritorna ogni volta per vederci protagonisti di un tempo che ci tiene prigionieri.
Notte senza maschere quella in cui viviamo per scendere dal palcoscenico e restituire i soldi del biglietto allo spettatore seduto, ora che le parti si invertono, adesso che la vita ha cambiato il suo gioco.
Vaghiamo da una stanza all'altra aprendo porte chiuse alla luce e spalanchiamo finestre che danno ancora sulla notte dell'Io, dove il calcolo dei giorni scaduti è di gran lunga superiore a quello dei traguardi che si sarebbero voluti raggiungere.
Una figura mi è sempre accanto. Conosce il mio nome: ultimo tentativo tra coscienza e oblio di recuperare ciò che restava del mio corpo ucciso, lasciato nel sangue tra gli ultimi fuochi di una luna ancora malata.

Canto per Nkosi
(In memoriam)

- A Nkosi Johnson, morto a 12 anni, il I° giugno 2001, a Johannesburg. Nato sieropositivo, fu scelto come testimonial contro il morbo dell'AIDS.-

colei che ti diede vita
la sai madre di cielo
bambino che hai corteggiato la morte -
tu messo in un angolo come vergogna
(lo sguardo orfano rapito
in vastità di cieli) presto non più
che mucchietto d'ossa - Nkosi
sei la nostra Coscienza:
e violentaci dunque nel profondo - tu
con la purezza di un breve mattino
mentre questa morte - vedi -
già s'ingemma di sole

Felice Serino

Da Fuoco dipinto, 2002 –

Commento di Luca Rossi

Pensare che quella di Felice Serino sia un'opera che mira solamente all'esaltazione isolata e semplicistica di un sentimento è cosa da poco; il poeta infatti cerca di attrarre il lettore verso il nucleo del dramma e della sua autenticità, mettendo in risalto la sofferenza che deriva da una presa di coscienza non tanto del vuoto lasciato da chi ora non c'è più, ma di chi ha fatto da spettatore a quanto andava accadendo.
Nella poesia il vero morto non è Nkosi, ma colui che rimane indifferente davanti alla denuncia di chi scrive, nel proprio "non-voler-fare" perché ciò possa "non-accadere". A quali persone si rivolga in particolare il poeta non è dato saperlo. Forse ai potenti della terra che manipolano i commerci, in unione con le grosse multinazionali, come quelle farmaceutiche, per evitare morti precoci, o forse più semplicemente, a tutti noi (lo dice lui stesso: "Nkosi, sei la nostra Coscienza…").
E' la coscienza di chi non ha mai visitato, almeno una volta nella sua vita, le piazze delle grandi città, nelle quali ogni anno vengono distese al suolo le coperte con incisi i nomi dei figli, degli amici, dei compagni e delle compagne morti a causa dell'AIDS. E' la coscienza di chi non ha mai stretto tra le mani, nelle stesse piazze, una candela accesa per ricordare gli uomini e le donne scomparse mentre viene letto il loro nome; persone magari sconosciute, verso la cui morte però non ci si può dimostrare non solidali. E' la coscienza di quelli che non hanno mai voluto possedere un simbolo (come il fiocco di stoffa rossa a forma di "A") il cui significato testimonia quella solidarietà umana verso coloro che saranno o sono già stati falciati dalla malattia. E' anche la coscienza di colui che pensa di ritenersi immune per sempre da essa, o di chi addita le ragioni di quest'inferno terreno riconoscendone nella devianza una delle cause.
La morte di Nkosi per il poeta resta quindi un pretesto per indicare i veri morti, perché chi vive la malattia è colui che riscopre nella sua predestinazione a scomparire il senso vero ed estremo del vivere.
Così il poeta confonde il tutto facendoci notare quella "purezza di un breve mattino" al quale dobbiamo volgere lo sguardo per ritrovare l'innocenza e la verità perdute o dimenticate: quelle certe di Nkosi che non sono venute mai meno, ma anche, come nel primo caso, le nostre. Lui (Nkosi) ci fa da guida.
Apposta il poeta confonde, perché desidera lasciarci scoprire se continuare ad essere dei morti tra coloro che continuano a vivere o persone vive che prendono coscienza di quella morte che ci renderà tutti uguali.
E' un monito duro ma schietto, che non bada a mediazioni di sorta, perché deve risvegliare la voglia di comprendere il dolore ed il perdono verso chi sta all'origine di tale dramma, come in questo caso lo furono i genitori che, da datori di vita, hanno implicitamente segnato la condanna del proprio figlio.
Anche noi così forse riusciremo un giorno a vedere, se saremo in grado di farlo, quel sole che, nei versi con i quali si chiude l'opera, risplende sulle tenebre della morte che presto o tardi ci raggiungerà, rivolgendo i nostri occhi alla resurrezione di Johnson: l'unico vero sole che resterà anche quando l'astro che ci illumina estinguerà per sempre la sua luce.

"Angeli caduti" di Felice Serino
a cura di Luca Rossi.
Novembre 2004.

ANGELI CADUTI

fuori dal cielo
bevvero l'acqua del Lete
ora non sanno più chi sono
presi nella ruota del tempo
mendicano avanzi di luce - curano
le ali spezzate
per risalire nell'azzurro

Da La difficile luce, 2005

Questa volta Serino ha voluto pericolosamente avventurarsi in un campo dove la tematica è riservata a chi ha fatto della vita tutta un campo d'azione nel mondo del Mistero, di quel mistero dove regnano angeli[1] e demoni, dèi e anti-Cristo, portatori di pace e dittatori della guerra, che sia poi guerra fatta di armi o di lotte interiori, dove il nemico siamo "noi-stessi contro noi-stessi" poco importa.
In questa moltitudine di figure indefinite, egli identifica la figura di un angelo che di soprannaturale, nel proprio profondo, ha ben poco, ma si definisce come un'immagine più di umanizzata, dove è il peccato a renderlo prigioniero del mondo.
Se lo diverrà (cioè essere slegato dalla terra) lo sarà solo poi, dopo che avrà superato la soglia del reale, in cui si allineano istanze nascoste, sogni criptati, dinamiche ancestrali di eventi remoti; la linea che demarca la purezza dal peccato, la tentazione … dal sacrum).
Angeli che prima erano ragazzi, esseri innocenti (perché mai la giovinezza dovrebbe essere immune dal peccato?) che ora cercano di riscattarsi dai propri errori, di lavarsi le proprie ali per potere risalire verso l'alto, verso l'Assoluto. Ma le ali intrise rendono difficile il volo verso un cielo sempre più alto. Resta comunque la speranza che il cielo tocchi la terra per rendere più breve la risalita e così disperdersi nell'Infinito.
Il paradiso perduto sta al di là del Lete[2], ci dice il poeta, fuori dal cielo, al di là del quale ognuno perde la propria identità: non è più massa, non è più omologazione, non è più l'Io specifico definito.
Definitivamente persi e pronti a bere un'acqua che faccia dimenticare chi fossero stati o, a giudizio del lettore, seguire la via dantesca.
Poveri divenuti tali a causa di una Grazia perduta che nello scorrere dell'eternità, dove stanno gli immortali e coloro che ancora sono nella prova, vanno alla ricerca della luce, della visione di Colui che è sempre pronto a tornare sui suoi passi perché nessuno sia un nuovo Lucifero, ma la manifestazione di quanto grande possa essere il perdono.
Curano le ali spezzate, dice l'autore, come a volere testimoniare che dopo l'errore c'è la presa di coscienza di ciò che di negativo si è compiuto.
E' tempo ora di riparare al danno, è momento di stasi, momento in cui non si può fare altro che starsene fermi dove ci si trova a mendicare avanzi di luce.
Che sia dato loro (non potevamo essere forse noi quegli angeli?) un nuovo tempo è cosa certa: all'interno di questi cureranno le ferite delle loro ali pensando al passato e utilizzando la ragione come medicina che risana.
Ma ragione e tempo non basteranno per guarire, se l'Amore di Dio non si riverserà su tutto e tutti.
Serino, nella sua solo apparente distanza da una poesia in cui il cristianesimo non si riflette in una civiltà moderna, dove egli ha costruito la sua poetica fin dagli anni delle grandi lotte per i diritti dei lavoratori nelle fabbriche, nasconde invece, attraverso i personaggi da lui descritti, un forte e saldo legame nei confronti dell'Assoluto. In talune opere sembra quasi essere una necessità, per risalire quell'azzurro che rimane pur sempre, nel pensiero collettivo, il colore della purezza e dell'innocenza.
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[1] Vedi E. Dickinson nella sezione poetica dedicata agli angeli. Mi permetto di riportare qui di seguito una delle più belle poesie, a mio giudizio, della Dickinson sul tema, la quale dice:"Sola non posso stare - / Perché mi vengono a far visita - / Ospiti al di là della memoria - / Ospiti che ignorano la chiave di casa. // Non usano abiti o nomi - / calendari - o climi - / ma abitano case comuni / come fanno gli gnomi - // A volte corrieri interiori / ne annunciano l'arrivo - / Ma mai la partenza - / perché non se ne vanno mai più."
[2] Nella mitologia classica, fiume dell'Ade (il mondo dei trapassati); i morti dovevano berne l'acqua che faceva loro dimenticare la vita terrena. Dante ne fece un fiume del paradiso terrestre; le anime ne bevono le acque prima di salire in cielo per dimenticare le colpe commesse.

SULLE RIVE DEL MISTERO

ciò che non appare mistero
neppure è bello *
fragile come i sogni
spaesa il cuore
di là del mare
tutta
una vita –
… finché lo spaesare
non si adagia
sulle rive del mistero

* frase presa in prestito dal mio amico
pittore-poeta-critico Andrea Costelli

Da Dentro una sospensione, 2007

*

… "Tutta una vita", e sì, l'anima è in cammino su acque tormentose-calme-fredde-calde, acque d'ogni specie, e non può smettere di camminare, di evolversi, di maturare e crescere per tutto l'arco del tempo donatogli.
"Lo spaesare" per paesi di mare, per mondi interiori è la sua natura. E quello che è mistero diventa scoperta, sicurezza, quando l'onda finale accompagnerà il nostro corpo sulla battigia. Sicurezza perché saranno le braccia di nostro PADRE-MADRE a raccoglierci e risollevarci per sempre.
Scoperta e sicurezza perché il tuffo completo nell'Amore ruberà al mistero i suoi punti sconosciuti, e quell'ansia continua mista di paura per l'ignoto e tensione per il desiderio evaderà dal nostro essere come lo sporco dopo una bella doccia.

Andrea Crostelli

Breve commento sulla poesia di Felice Serino dedicata a Sandro Penna
La vita… è ricordarsi di un risveglio
---

"La vita… è ricordarsi di un risveglio"
[leggendo Sandro Penna: una cheta follia, di Elio Pecora]

sotto un mutevole cielo chiuso
nel tuo grido di diverso
cresce la luce a cui vòlti
le spalle: voglia di sparire
dentro un sogno o restare
nell'ora dolce dei vivi
- mosca impigliata nel miele

*

La difficoltà di accogliere la luce – quella non imprigionata dal sogno – la luce del tempo presente che mette in risalto il tuo aspetto di diverso. Sì, perché la luce fora la pelle, le ossa e giunge facilmente all'anima e illumina il tuo aspetto interiore di diverso.
C'è quasi una paura di mostrarsi e una paura di vedersi e non accogliersi.
Scrivo a te Sandro, te che amavi tanto la vita e ti sei "impigliato come mosca nel miele", come uno che si butta e non sa frenare le sue passioni, come uno che trae dolcezza infinita anche dalle sue pene, dalla sensibilità che è dono e si riversa in poesia.

Andrea Crostelli

Distacco

giungere dove ogni linea s’annulla
un brivido bianco… e sei altro
fiume che perde nel mare il suo nome *

* da un verso di Billy Collins

da In una goccia di luce, 2008
_ _ _

Le tue poesie seguono sempre una linea ascetica spirituale, sono una proiezione per inquadrare l’al di là. Potrebbero essere racchiuse quasi tutte in un unico libro.
Mi è piaciuto assai il verso: un brivido bianco… e sei altro.Il riferimento alla trasformazione che riceveremo sia nella carne che nello spirito alla fine dei giorni terreni è in risalto e ben trasposto.
Chiaramente ti raggiunge anche il pensiero che già da adesso la vita si trasforma per chi tende a giungere dove ogni linea s’annulla.Tra le braccia del Padre come il fiume tra il seno del mare.

Andrea Crostelli [stralcio da lettera privata]

DOPPIO CELESTE

entrare nello specchio: esserne
l'altra faccia:
uscire dal sogno di te stesso
apparenza di carne tornata pneuma:
ri-unificarti col tuo doppio
celeste: il-già-esistente di là
dal vetro: tua sostanza e pienezza

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

*

Sono il modo del verbo, quello infinito, ed il significato dello stesso, cioè quello di "accedere a un luogo", che vengono sottolineati fin dall'inizio della poesia, che già ci portano a considerare l'aspetto introspettivo che i versi diranno di seguito.
E si è subito sul luogo della scena, senza premesse, in medias res. Si è subito sul luogo del delitto (del proprio suicidio): in riva allo stagno, dove, tra breve,superato il primo verbo che apre la poesia, l'immagine di Narciso si specchierà chiara nell'acqua ("esserne l'altra faccia").
Non si arriva neppure a mettere in dubbio l'impronta fortemente narcisistica dello scritto ("uscire dal sogno di te stesso").
O forse, superato il primo verso, può essere che le parti non siano le stesse che la mitologia vorrebbe riproporre.
Può essere che l'oggetto (lo stagno, lo specchio, l'altra faccia) e la persona (Narciso e il sogno che lo rappresenta) si confondano, proprio come talvolta avviene nei sogni, dove ogni cosa può occupare posti e ruoli diversi, differenti:
Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attraverso i boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s'era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno dicendo: "Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché era davvero bellissimo".
"Ma era bello Narciso?", disse lo stagno."Chi potrebbe saperlo meglio di te?", risposero le Oreadi." Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza".
Allora lo stagno rispose: "Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza".
(Oscar Wilde - Il discepolo, 1893).
Lo stagno e Narciso erano la stessa persona, la stessa cosa: ognuno di essi non vedeva l'altro.
In "Doppio celeste" si esce invece dal sogno per accorgersi che esiste una realtà, che è quella che lo specchio riflette, che poi è la stessa che, vista specularmente, completa la parte spirituale mancante nell'uomo, finché questa non viene raggiunta.
Solo passando attraverso lo specchio ci si addentra nell'anima e si vedono con distacco le cose che stanno oltre il sembiante, quando anima e corpo, corpo e anima si trovano già in uno stato etereo.
Nella lettura della poesia, prima di entrare nello specchio, si percepisce quanto l'autore voglia trasmettere che questa ricerca non sia stata del tutto casuale, ma che anzitempo vi era stato un percorso alla ricerca, appunto, del complementare; che vi era stata tutta una vita di riflessione a riguardo.
Ce lo sottolinea il modo in cui la poesia inizia, con quell' "entrare" scritto con la lettera minuscola, abitudine certa di chi scrive nell'aprire i suoi lavori, ma non in questo caso, come si potrebbe interpretare; un modo d'iniziare portato quasi a testimonianza che prima c'era dell'altro.
Ne seguono poi, nella costruzione delle strofe, un utilizzo dell'interpunzione rappresentata dai due punti ben evidente e ripetuta. Si tratta di spiegare ciò che il discorso iniziato, continuato, ora vuole dire.
Scelta oculata, originale, non casuale della punteggiatura unita al senso della poesia.
Dopo essere entrati nello specchio, al di là della sua superficie, al di là della superficie dello stagno, c'è la distanza, la profondità dello stesso, che aumenta quanto più eravamo distanti da quel "doppio celeste" già presente.
Narciso conoscerà la sua essenza solo quando lo specchio d'acqua lo attirerà a sé tramite il gioco perverso della propria immagine.
Noi lo faremo quando l'immagine dello specchio rifletterà un azzurro che si aprirà al di sopra dell'unico colore, quello nero, della morte.
Ma che la morte sia il vero senso con cui si chiude questa poesia è in dubbio.
Ciò che lascia questo dubbio è l'utilizzo dei verbi usati all'infinito (entrare - essere - uscire dal sogno): all'infinito cerchiamo la nostra complementarietà all'interno della vita e moriamo così tutte le volte che portiamo a termine questa nostra ricerca, e rinasciamo subito dopo.
Sembra che in questa poesia non ci sia vita, non ci sia morte, perché la ricerca dell'anima supera i confini del tempo e della storia.

Commento di Luca Rossi
6 dicembre 1998

LA FORZA GENTILE

Dio è paziente: ha sogni
per l'uomo infiniti – frutti
immarcescibili
(centro del cosmo: non è
il suo un giocare a dadi)
egli visita le nostre
piaghe – manda angeli
a spazzare gli angoli del cuore
(suo disegno è
la Bellezza)
la sua forza è gentile

Felice Serino

Da La difficile luce, 2005

*

COMMENTO ALLA POESIA "LA FORZA GENTILE"
Di Luca Rossi. Dicembre 2002

Un'estrema tranquillità nel descrivere ciò che Dio rappresenta per noi percorre questa poesia dal suo inizio fino al termine. Ogni aggettivo che viene attribuito a Colui che del tempo detiene le sorti ci insegna che la calma e la pace dei sentimenti appartengono solo a chi è eterno e non all'uomo frenetico dell'era moderna.
Nella sua "continuità" egli progetta per noi "oltre la morte" (il sogno infinito rivolto all'uomo senza tirare a sorte il destino di ognuno, ma predefinendolo per renderlo sicuro, certo, oltretempo, oltrememoria che si dilegua).
Un Dio che si fa uomo nella sofferenza essendoci accanto quando le piaghe del fisico e dell'anima si aprono, squarciano la notte che sta dentro di noi,e solitudine ed abbandono ci circondano; quando l'ultimo amico segna la distanza da dietro una porta che chiude i suoi battenti.
Un Dio che non si mostra, ma che si rivela attraverso messaggeri per ripulire il cuore da ciò che non è eterno (l'incomprensione del mistero che fa da linea di divisione fra il sentimento umano e quello dell'Assoluto). Solamente un cuore sgombro dal filo rigoroso della logica e del dubbio può prepararsi ad accettare il perché delle cose; un perché che il poeta vede come soluzione finale facendo riferimento alla bellezza, disegno infinito dell'amore di chi sa fare della forza un'arma gentile per combattere la paura esistenziale che ci appartiene.
Poesia a mio giudizio di elevato livello spirituale e morale, nonché compositivo; lezione certo di stile e di richiamo per tutti noi ancora una volta a volgere lo sguardo verso chi ci chiede di essere riconosciuto come architetto ristrutturatore di anime.

Frasi sulla poesia "IL PECULIO DI LUCE" (a Simone Weil) di Felice Serino

IL PECULIO DI LUCE
(a Simone Weil)
1.
(occhi come laghi
a eco fremiti di vita)
ha mani che sfondano muri
di solitudine – amore
2.
germoglia grido di luce
da nuovo dolore
Felice Serino

Da Il sentire celeste, 2006

*

Tornano a te, come in un lago al centro della sua valle, gli echi della tua voce-dolore-di-tempo, di quando pronunciasti frasi o pensieri appena ieri, o tornano a te gli echi di chi, in un tempo più remoto, ti assomigliava nel suo "sentire". Perché l'eco è un sentire che può arrivare dalle orecchie al cuore.
Queste sono le "mani che sfondano muri" (e anni), mani prolungate in gesti d'amore e alzate in inni di lode.
L'eco della "luce" sorge come un grido potente di vittoria che abbatte mura di Gerico (la preghiera "funziona" quando uno non dubita che otterrà quel che chiede, anzi sa già di averlo ottenuto prima che questo accada), che stronca le resistenze nemiche più volitive, che smaschera la "notte" con le sue abissali contrapposizioni del bene e con l'offerta lieta delle proprie pene.
E' così che Felice Serino si specchia negli occhi di Simone Weil (intravede il suo sorriso come una mano tesa), è così che Felice Serino si specchia nella vita piena.

Andrea Crostelli

LA VITA NELLE MANI DEL VENTO

palpebre d'aria
chiuse sulla disfatta del giorno
(depistate tracce
rotte smarrite
a insanguinare il vento:
ruotare del tempo
nella sua vuota occhiaia)
anse d'ombre
annegano il grido
dell'anima giocata a testa e croce

Felice Serino

Da Fuoco dipinto, 2002

*

Commento critico di Luca Rossi
Settembre 2000

Occorre tirare le somme e vedere la realtà per quella che è o per quella che è stata. La nostra anima, il nostro passato, non li possiamo cambiare.
Li abbiamo giocati al gioco del destino, apparso sempre così mutevole, come il vento che ora soffia in una direzione e subito dopo nella direzione opposta.
Un vento che corre lontano prima che il giorno finisce.
E ora che si fa sera si devono fare le proprie considerazioni, come palpebre che si chiudono alla disfatta del giorno.
Ma il giorno - la vita - è stato pieno di tante cose, di tanti avvenimenti, di un destino falsato, di una scelta che non si è trasformata in realtà (rotte smarrite, dice il poeta), che ha cambiato le sorti della
stessa e ha macchiato quel vento che porta oltre.
Restano le ombre, con le loro pieghe, con i loro risvolti che si accompagnano al grido di quella che è ora la realtà dell'anima che vuole tornare a essere se stessa, vita nelle mani del vento.

NEL ROVESCIAMENTO
(a cura di Luca Rossi)

(non vedi al di là del tuo naso scientifico):
è come leggessi sull'acqua
lettere storte: poiché noi siamo
nel rovesciamento afferma
la weil - e negazione
ci appare la grazia

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

*

Riscattare la propria condizione esistenziale è il fondamento di questa poesia.
Il nostro Io interiore e quello esteriore sono legati da un qualche cosa che li determina, che li unisce per essere insieme un tutt'uno, a costruire un significato.
Vediamo da un lato, mentre perdiamo visione dell'insieme dall'altro (non vedi al di là del tuo naso scientifico), perché i parametri di giudizio sono quelli di sempre, basati su una visione del cosmo troppo mediata dalla ragione e poco dai sentimenti; dalla rigida regola di catalogare il tutto per dare una risposta a ciò che avviene e poco dalla capacità di comprendere l'impossibilità di penetrare i progetti della natura che sfuggono a ogni capacità di previsione.
La realtà può essere quella che vediamo riflessa in uno specchio d'acqua, ma può anche essere quella che lo specchio d'acqua riflette quando la stessa viene mossa e confonde l'immagine.
Eppure è sempre la medesima realtà vista in due modi differenti.
Poiché noi siamo l'una e l'altra: lettere ordinate, ben composte, ma anche lettere storte che descrivono un racconto di vita diverso.
Leggiamo nell'acqua un volto, leggiamo un pezzo di cielo che la sovrasta, leggiamo un desiderio precluso (quello di Narciso che non seppe vedere il proprio rovesciamento) e ci appare distinto un progetto dove la luce colpisce, dove la luce rende tutto più chiaro.
La grazia fa da tramite per vedere le due realtà in cui vivere; tempo speso perché la vita resti quella di sempre scombinata nei suoi opposti.
Dicembre 2000

RIFLESSIONE PERSONALE DI GIANCARLA RAFFAELI
SULLA POESIA "MONDO" DI FELICE SERINO

Mondo
(contro le guerre)

freddo incanaglito la tua iniquità
è specchio che deforma
la bellezza del creato
tu esperienza della ferita
col poco amore che ispiri
ci lascerai incastrati
tra questa e un'altra dimensione?
mondo: piaga e grido
dell’uomo incompiuto
vòlto al cielo

io ti detesto - mondo

*

Mi soffermo sui versi più "inediti", su questo sguardo improvvisamente catturato, quasi sorpreso, dall'iniquità del mondo.
Pesa sul cuore del Poeta l'angoscia che l'uomo possa rimanere "incastrato" tra le due dimensioni (quella della innocenza e della colpa?) senza il riscatto della scelta. Nessuna lacerazione ha risparmiato il corpo del mondo, eppure il dolore non ne riscatta la colpa e il grido (senz'anima) non raggiunge il cielo.

Gian Carla Raffaeli

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO

ANGELO DELLA POESIA

librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue
io-non-io: in me ti trascendi e sei
d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore

Da La difficile luce, 2005

*

E' una poesia ermetica sublime, da analizzare e scoprire; io la interpreto così:
librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue
è il momento in cui l'ispirazione, come musica celestiale, fa sentire al poeta la sua voce e gli rimescola il sangue
io-non-io:
il poeta non è più se stesso, entra in trance trascinato dall'irresistibile richiamo dell'ispirazione
in me ti trascendi e sei
è il momento in cui l'ispirazione "si serve" del poeta ed elevandosi al di sopra di esso, diventa presenza reale, è, esiste; il poeta diventa strumento della musa
d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore
il momento in cui avviene il "parto" delle poesie (il nascere delle mie aurore) è una sensazione di liberazione tanto profonda e sublime, così ricca di vita e di gioia da non potersi descrivere a parole
(d'ineffabili alfabeti s'imbeve).

Antonino Magrì

FLASH SCATURITO DALLA LETTURA DEI VERSI DI POESIA
DI FELICE SERINO

POESIA

ti avviti
con lucido delirio
nella folla
di parole
(tra sprazzi di
di coscienza e sogno
insegui
gibigiane echi:
ecco sfrondarti
forbici di luce:
la pagina è tuo lenzuolo
quando in amplessi
cerebrali
muori rinasci)
la tua anima di carta
ricrea armonie
in seno a spirali
più alte

***

Le parole che si ammassano e si spingono tra la folla per mettersi in luce e voler rispondere a tutti.
Le parole che s'incasellano velocemente sul foglio come automatismi di una stampante a un tuo semplice cenno d'avvio.
O le parole che viaggiano lente su di un carretto guidato da un mulo che conduce te, padrone che dormi, a completare il percorso del tuo sogno fisico/verbale.
Tranquillo, c'è sempre chi conosce la strada!
Le parole infine ridotte all'essenziale e in quell'essenziale moltiplicate per 144.000 modi di interpretarle che le rendono costantemente vive.
Parole parole parole, magia della lingua che comunica con il suo bacio-poesia.
L'eccitazione spirituale che si fa carne.
E' il "delirio" "in seno a spirali più alte".
Una molla nel cervello che si genuflette al mistero per poi sobbalzare gioiosa e fuoriuscire da questo come canto di lode che si esterna.

Andrea Crostelli

AION
1.
chi ti ha fatto sapere ch'eri nudo?
l'entrare della morte nel morso
della mela
(si erano creduti il Sole
scordando di essere riflessi)
1.a
il serpente mi diede dell'albero e...
eva la porta
di sangue
per dove passa la storia
2.
nell'incrocio dei legni
la conciliazione degli
opposti (lo scheletro del mondo)
2.a
è il Figlio che pende
dai chiodi
la risposta a giobbe
3.
ancora l'assordare dei martelli ancora
un giuda che fa il cappio abbraccia un albero di morte
-sulle labbra il fuoco del bacio

Felice Serino

Da La difficile luce, 2005

*

Critica di Luca Rossi. Luglio 2002

L' identità, la conoscenza della morte, il riscatto tramite il dolore altrui, la scoperta di Dio, il ricordo: ecco gli elementi principali, i titoli attraverso i quali si snoda il componimento di Serino.
La presa di coscienza del peccato apre la prima strofa, dove la mela (simbolo del divieto divino, del non andare oltre, del sapere che la libertà offerta avrebbe potuto avere un limite per la salvezza stessa dell'essere) ora è stata consumata e ha riempito l'uomo di ogni tempo compreso quello del terzo millennio, della stessa onnipotenza di Adamo.
E' forse cambiata la storia? No; Qohelet, il sapientissimo, ci dice che non c'è nulla di diverso sotto il sole che ancora oggi non accada.
L'uomo che è, già è stato.
L'umiltà è l'arma attraverso la quale riprendere coscienza del ricordo del Padre, della memoria della morte e dell'immagine di quella polvere che alla fine, se racchiusa nelle mani di Dio, per essere trasfigurata, riplasmata, tornerà ad essere semplicemente terra che alimenterà nuovamente le radici di quell'albero sul quale è maturata la mela, se non ci si lascerà trapassare da un Sole da cui piovono raggi di luce, che sono verità di un universo che non si espande secondo le leggi della fisica, ma dell'amore; di quell'amore che viene tentato dal serpente che scese dall'albero per allontanare da noi l' idea della fine, la lontananza della morte attraverso l'inganno di una bellezza che ognuno vorrebbe possedere a qualsiasi costo.
Eva apre la via ad una libertà secondo la quale il valore dell'estetica e della provocazione nasconde il suo doppio senso, la perversione di volere fagocitare ogni cosa perché ogni cosa debba essere nostra, debba necessariamente appartenerci, coinvolgendoci in un delirio che oscura la vista per distogliere lo sguardo da ciò che risiede oltre le nebbie.
Da qui passa la storia che il poeta descrive, passa l'azione dell'uomo che cade prigioniero per non avere saputo riconoscere all'angolo delle vie quegli angeli perduti e mai redenti, che offrono immagini fantasmagoriche di un finto benessere e di una strada che non sembra avere alcuna via d'uscita.
Ma il poeta, dopo avere dichiarato con forza che l'idea della morte eterna è propria di chi sa di non svegliarsi dalla notte che ci investe, suggerisce attraverso le ultime righe un percorso che potrebbe essere il più giusto: quello della conciliazione con Dio, del sapere del dolore di chi si fece trafiggere perché l'uomo capisse che da solo non si sarebbe mai potuto salvare e del riconoscersi ancora una volta in fuga da quell'Eden che ogni epoca ripropone, perché la benevolenza di Dio è sempre presente, sempre attuale, sempre nuova.
Un Eden che mette in evidenza le regioni sconfinate del bene e dell'amore da cui, chi è ancora in grado di ascoltare, dopo i fragori del giorno, sente il battere del martello sul chiodo che penetra la carne ed il legno.
Davanti a noi sta la morte di sempre.
Più in là una morte che detiene invece un senso più ampio: l'uomo che prende coscienza dell'Eterno.
E la poesia di Serino vuole essere un monito, forse l'ultimo, di un uomo che ancora ascolta e ci induce a riflettere su quanto la storia ha avuto da dirci.

Visione

imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l’attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale

*

Lirica intensa, pregna di suggestione e pathos. In pochissimi versi ben ponderati ed equilibrati hai saputo farci rivivere con vigore e sapienza poetica l'attimo magico e sacrale dell'eucarestia.
Complimenti vivissimi e un grande benvenuto tra noi.

Antonino Magrì

*

Quel sorriso
a R.

oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell’aria
ti appare ora sospeso come fumo
lucido incanto il tuo
sperdutamente altrove –
l’ha disperso il vento

Pur nella sua semplicità, questa lirica è dolcissima e struggente. In essa si racchiude la consapevolezza dell' oltre, la serenità della fede e la malinconia del distacco terreno. La chiusa è veramente poetica; ma devo ammettere che ogni singolo verso racchiude piena densità di immagini e sapiente musicalità. Tu sai dimostrare che nella poesia non è la lunghezza che conta, ma, anzi, è la capacità di condensare un pensiero in pochi artistici versi.
Complimenti, sei un poeta vero!

Antonino Magrì
http://www.artevizzari.italianoforum.it/

*

E' in te nell'aria

è in te nell’aria
sottile la senti la mancanza
di vita piena
come applaudire con una mano sola
ma è regale regalo
questo rapido frullo
d’ali
atto d’amore
non affidarlo nelle mani del vento
sii àncora
gettata nel cielo

*
Felice, sono veramente incantato, la tua poesia è magica e, tecnicamente, risponde a tutti i canoni della poesia libera, dalla metafora all'allitterazione, dall'onomatopea a quello che oggi è il più raro: la musicalità del verso. Ha una forza lirica straordinaria che esplode dirompente nella splendida chiusa:
sii àncora
gettata nel cielo

Antonino Magrì

Commento alla poesia "Maya", di Felice Serino
Luca Rossi.
Marzo 2007-03-10

Mi riferisco a Maya. Stupende l'apertura e la chiusura che tendono a concentrare il significato dei versi in un indefinibile "status" dell'uomo. La figura geometrica, poliedrica, prismatica, antica, definisce il mondo riflesso che solamente l'asceta è in grado di distinguere. Siamo della terra, ma solo ora: non lo eravamo prima della nostra nascita, non lo saremo più dopo la nostra morte. Ma abbiamo vissuto l'azzurro, nel suo senso simbolico e "nell'azzurro", nel suo senso materiale, come luogo di sogni e realtà. Di decadente esiste il corpo, effimero, ma non lo spirito racchiuso in esso: sottile fiamma.
Interessante aggettivo che apre a una visione pluridimensionale di significati.
Ognuno cercherà al proprio interno quello che più gli si addice quando dovrà ricercare il contrario di "sottile".
Forse pochi lo troveranno, ma non sui dizionari.
Lo sapranno i Santi, lo diranno i Martiri. Lo diranno le vittime della guerra, della violenza senza senso, la gente che muore di fame, coloro che avevano una possibilità ed è stata loro negata.
Il poeta si fa interprete dell'asceta. Diviene per un momento esso stesso spirito comune di questi, per poi distaccarsene e ridiventare uomo comune. Per un momento entrambi racchiusi in quel prisma dove la luce si espande in ogni direzione fino a dove l'occhio riesce a distinguere orizzonti di esteriorità cosmica per poi penetrare e scaldarsi a lato di quell'anima che arde, dignità esistenziale dell'uomo vero.

*

Maya

il di qua dice l'asceta
non è che proiezione
nel prisma azzurro del giorno

sentenzia
che perfezione
è la carne che si fa spirito

non si terrà conto
del corpo che si nutre
che è già della terra

si è dunque
del cielo o anelito
d'infinito ancor prima
del primo respiro?

- certa è la fiamma che dentro
ci arde – sottile –

*

Considerazioni sulla poesia "Maya"

"Perfezione è la carne che si fa spirito" è qualcosa che 'parla' (e bene) solo in poesia, in quanto la carne è carne e lo spirito è spirito, e nessuno dei due può diventare l'altro. Possibile invece vivere più che si può di cose spirituali e "abbandonare" (a tratti) la carne. Cioè, essere così leggeri (elevati) di (in) spirito che l'anima fuoriesce dal corpo lasciandolo come un fantoccio fino al suo ritorno in esso, ovvero quando si è esaurita quell'energia soprannaturale.Il centro della poesia, che è la centralità in cui essa ruota, secondo me detta i dettami della riflessione (non a caso si trova in quel posto): "non si terrà conto / del corpo che si nutre / che è già della terra". Cibarsi di ciò che offre la natura, tingersi della terra, della sabbia, dell'erba rotolandoci sopra per poi un giorno lasciarci le nostre spoglie [non come il cestino del computer nel quale puoi ripescare le cose vecchie, ma come un programma nel quale non puoi più accedere (solo Dio può farlo)]. Il corpo è la scatola, è la custodia temporanea del regalo che c'è dentro: il nostro spirito che a sua volta si rifà regalo al mittente.
Quella "fiamma che dentro ci arde sottile" e sale verso l'Alto, l'Altissimo.

Andrea Crostelli

Nota su -Paesi di mare-

Le ali, i pesci, il seno azzurro del mare, il mare come una madre: ecco la profondità trasognata che scaturisce dal mondo immaginativo di Crostelli, il quale ci invia messaggi dalla sua "dimora", il mare, appunto.
Un "visionario" ma con il cuore che sempre spazia tra terra e cielo, abitato da una intensità di colori e luce, e da una ricchezza di felici intuizioni: *
"Gabbiano dalle ali spiegate / il libro mio che vola (pag. 18);
"Ali d'uccello che s'intrecciano / nel cielo mio affollato di sogni" (pag. 32);
"Lasciala scrivere al vento la tua poesia" (pag. 40).
Andrea, come già lo dimostra, e con maestria, la sua bellissima opera Nei Mari di Melville, è un amante del mare, nato per lasciarsi affascinare e rapire con un animo di fanciullo dalle sue creature e dai suoi abissi. Il mare, che nelle sue profondità insondabili custodisce il mistero della vita.
* Andrea Crostelli, Paesi di mare (fine del viaggio), 2008.

Felice Serino

NELLA VALIGIA (NOTE DI VIAGGIO)
(a cura di Luca Rossi)

(il chi-siamo-dove-andiamo:
dove la mente
s'inlabirinta)
l'io
vestito di nebbia
promesso alla morte -
(nella valigia pronta la perdita
originaria la vita a
metà)

risucchiato come da un tunnel...
attraversato
da flutti di luce

destinazione: il Sé

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

E' proprio un lungo viaggio quello che viene descritto nella poesia; un viaggio che dura tutta una vita.
Un viaggio la cui destinazione ci viene rivelata solamente al termine dei versi: ultima stazione di un percorso obbligato che chi scrive sembra avere intrapreso da tempo.
Un interrogativo espresso in forma indiretta apre quest'opera, chiedendoci chi siamo e il motivo del nostro andare.
Ma è difficile credere che possa essere la ragione a guidare questo percorso che si rivelerà esplorazione, perché in una sorta di labirinto si perdono la nostra mente e i nostri pensieri.
Metaforicamente chi scrive ci dice che è la mente stessa il mezzo sul quale "dovremo salire" per potere viaggiare, come un treno che dobbiamo prendere, e ci saliremo già vestiti con il nostro Io ricoperto da una nebbia che non ci permette di guardare oltre, perché oltre c'è solo la morte quale limite di tutto ciò che siamo e a cui ognuno di noi, fin dall'inizio, è stato promesso.
La nostra valigia è pronta delle cose che perderemo, tra cui la vita stessa, ma che verranno meno solamente a metà, perché il resto sarà tutto da venire, risucchiato in quel tunnel che ora andremo ad attraversare, pieno di una luce chiarificatrice, che segna l'altra metà della vita, quella che rimane appunto, e l'altra metà del viaggio.
Solo giungendo a destinazione scopriremo la verità che ci avvolge.
Mentre scenderemo da questa specie di treno e ci guarderemo intorno, vedremo che sul marciapiede della stazione ci sarà solo il tempo ad attenderci, mentre lasceremo la nostra valigia nel deposito bagagli piena delle cose che sono oramai passate e che qualcuno sicuramente un giorno aprirà: coloro che ancora attendono di iniziare questo lungo viaggio.
Destinazione: il Sé.

TRA ONIRICI LAMPI
(a cura di Luca Rossi)

tra onirici lampi
ride la tua immagine d'aria
intagliata nell'ombra del cuore

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

C'è un luogo che la poesia propone come rifugio quando la notte porta con sé, attraverso i sogni, le luci abbaglianti di una vita vissuta a cavallo tra il ricordo e l'attimo presente: è un luogo ideale il cuore quando diviene riparo per conservare un'immagine, per trattenere un volto... un desiderio.
L'aria di cui è fatta la materia del ricordo ride, quasi a burlarsi di ciò che crediamo realtà, e vi passa attraverso come per ossigenare gli anfratti che la malattia del vivere riserva a chi è dimentico del tempo e che i lampi illuminano partendo dalle regioni remote di quegli anni che non esistono più.
C'è una zona d'ombra creata dalla luce del lampo dove nulla è visibile a chi sta fuori dai confini del cuore.
Il cuore come una casa, dove solo parte della luce vi penetra, per lasciare delle zone in penombra in cui riposare i ricordi, lontani dal domandare continuo del giorno, che bussa con insistenza alle finestre per richiamarci ad una realtà che talvolta non vogliamo.
La luce dei ricordi è luce che non proviene da alcuna stella, ma da un sogno.
Un sogno che scaturisce da una notte che neppure il sole riesce a illuminare, quando la mente pensa a tutte quelle cose che ancora sarebbero state.

NEL PERDURARE LA LUCE
(a cura di Luca Rossi)

le ore arroventate: erano
estati lunghe a morire

le corse pazze le ginocchia
sbucciate nel perdurare la luce:

ancora un mordere
la sanguigna polpa del giorno - ricordi? –

Poesia del ricordo, forse di una nostalgia che non è mai trascorsa e mai passerà; una luce simbolo di una memoria che ha lasciato un segno doloroso (le lesioni provocate ogni qual volta si cadeva) ma tangibile, reale, sperimentato talvolta nell’incertezza stessa del momento, anche nell’incoscienza di una corsa dal fine rischioso (come la vita del resto).
Tutto è luce (come potrebbe non esserlo la giovinezza che vede con gli occhi trasparenti del giorno verso l’estate che non cessa di esistere?
E quelle ore che sanno di calore estremo che scotta la pelle se non si riescono a dominare le proprie passioni?).
"Ricordi?", dice il poeta all’amico che gli fu accanto a quel tempo: immagine riflessa in uno specchio della propria persona, del proprio essere, in un soliloquio dove anche i compagni di allora più non esistono, se non nel vago di una mente che cerca solo il ricordo.
Ma tutto è luce, grido di liberazione di presente che si fa passato per volervi rimanere.
E intorno il vuoto dell’esistenza, forte, penetrante, palpabile, di cui ci si accorge solo quando si vede la notte che sta per venire; il mistero delle cose che non abbiamo mai capito, dei momenti che non siamo riusciti a imprigionare, ma che ritroviamo ogni qual volta uno spiraglio generato da uno spettro di luce attraversa il tempo e fa breccia nel cuore, terra dove abbiamo sepolto per sempre i ricordi, sommato il presente al passato.
Marzo 2003

UN DIO CIBERNETICO ?
(a cura di Luca Rossi)

vita asettica: grado
zero del divino Onniforme
(ma la notte del sangue
conserva memoria di volo)
vita sovrapposta alla sfera
celeste regno d’immagini
epifaniche / emozioni
elettroniche
eclissi dell’occhio-pensiero

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

In un mondo che è immagine, in un mondo dove l’uomo si è innalzato sopra tutto e tutti, come giudice che dà la vita o la toglie, come persona in grado di decidere se fare nascere o meno altri esseri, dove l’attesa del Redentore è diventata solo un lontano ricordo perché già vissuta e non più ripetibile, ecco definirsi l’immagine di un nuovo dio (questa volta con la lettera minuscola - lo dice il poeta) creato dall’uomo per l’uomo, forse senza saperlo, non appena il tempo è divenuto maturo, mentre tutto riparte da zero, a grado zero; dove zero è l’origine di un nuovo universo, di nuove emozioni perdute che devono essere ricostruite o recuperate, di immagini nuove che devono essere fissate nella memoria perché le vecchie appartengono a un mondo che non c’è più, che è andato distrutto.
Eppure, il nuovo dio cibernetico, figlio di un uomo che ha la sua stessa essenza, incontaminato dal passato, sembra conservare sotto le sue spoglie il ricordo di una notte di sangue e di volo, segno di un sacrificio e di una manifestazione di essenza divina di un dio che era Tutto, che era ogni cosa e in ogni cosa.
L’occhio è lo specchio di ciò che è la realtà:ultima terra di conquista di un mondo senza emozioni che hanno dell’umano, di una nascita che contiene nuovi semi di futuro solo cibernetico, di un dio-macchina.
L’occhio-pensiero così si chiude e smette di vedere con i sentimenti della storia e di pensare con l’identità della fede.
Niente più resurrezione della carne, niente più perdono di nuovi peccati verso quelli che commettono crimini di pirateria informatica, niente più reincarnazione in altre caste, ma solamente immagini costruite per un dio su misura in grado di fermare il tempo e i sogni non appena ci si sconnette dalla "rete".

NOTE DI ANDREA CROSTELLI A 3 POESIE

L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO

indicibile la parte di cielo
ch’è in te e ignori – dice steiner
l’uomo in sé cela un altro
uomo: testimone che ti osserva e
sperimenti ogni ora:
basta che solo
un verso o poche note ti richiamino
a una strana forza interiore:
e cessi
di sentirti mortale

*

RIEMPIRE I VUOTI

riempire i tuoi vuoti di cielo
e un angelo che ti corre nelle vene
come sangue e il bianco grido
del vento che sfiora
i contorni del cuore a smussarne
gli angoli vivi il dono
di una parola (cara
e rara non di circostanza)
corredata dalla luce di un
sorriso ad hoc

*

AUNG SAN SUU KYI
(scritta il 22.5.09)

non violentate la primavera
del suo giovane sangue
non pugnalate la colomba
del suo cuore aperto
alla compassione
non schernite la disarmante
verità che proclama
aizzandole contro
i mastini della notte
dal suo sangue si leva alto
il grido d’innocenza
a confondere intrighi di potenti

Felice Serino

*

E' vero, basta che qualcosa "svegli" l'animo - come un verso, qualche nota, una pittura – che improvvisamente saltiamo il guado che fa sentire il pensiero atemporale.

*
"L'angelo corre nelle vene" mi fa pensare a quando faccio difficoltà a gestire quello scoppio d'amore che m' investe di tanto in tanto.

*

"I mastini della notte" non soffrono la sobrietà, il pacifico equilibrio che dà sapore alle cose, per questo vorrebbero azzannarti ma sbattono il muso con lo specchio che li fa vedere deformati al confronto.

Andrea Costelli

ONNIAMORE

accettare di farsi
trasparenza (libro aperto)
lasciarsi attraversare
dalla vita - da morte-vita (rosa
e croce) -
da Colui-che-è: l' Onniamorevole

di fronte all'Assoluto
...immersi
nell'Assoluto –

quando il R a g g i o
assorbirà le ombre

Felice Serino

*

Commento di Luca Rossi. Maggio 2002

La vita come apertura all'Assoluto, a ciò che è disciolto dalle cose terrene, per confessare fin da subito la propria sincerità,quella sincerità che si fa trasparenza dell'anima, ma anche del corpo: libro aperto che può essere sfogliato da chiunque abbia volontà di leggerlo.
Ecco il senso dell'opera di chi scrive: rimettere la propria esistenza, il suo senso, la sua durata, nelle mani di chi ci lascia liberi di chiuderci in noi stessi senza confrontarci con il Mistero o di rapportarci con ciò che potrebbe dare senso a quello che siamo.
Periodo di transizione difficile da vivere è la riflessione, soprattutto quando si mette in gioco tutta una filosofia di vita, una morale che sentiamo appartenerci, ma che è, lì, subito pronta a sfuggirci di mano.
"Onniamore" è una poesia a carattere fortemente religioso, interessante nella forma, viva nel contenuto. "Viva" in senso di "sentita", di portare cioè chi legge a porsi degli interrogativi, perché la fede in fondo non è che una continua domanda che non trova risposta, se non nell'accettazione, come dice il poeta, di lasciarci attraversare dalla vita e, subito dopo, dal ricordo inestinguibile della morte.
Di forte impatto è la chiusura con il riferimento a quel "Raggio che assorbirà le ombre": noi, nient'altro che esseri inconsistenti che per un attimo proiettiamo la nostra figura sul suolo, quando il nostro corpo si interpone tra l'astro che brilla e la terra sulla quale viene a definirsi l'immagine sempre distorta di ciò che siamo.
Inconsistenti fino a quando ci libereremo del peso della nostra esistenza per essere attraversati dalla Verità che libererà l'ombra dal suo oscuro colore per essere luce, per essere consistenza di ciò che prima era solo labile fede.

QUALE AMORE
(a cura di Luca Rossi)

nell'amore sai non c'è ricetta
che tenga: è buona regola giocare di
rimessa / vuoi

possedere l'oggetto d'amore e
resistere all'amore Quello-che-si
dona

tu cuore diviso tra cielo e
terra carne/amore non più che sparso
seme

[da Fuoco dipinto - 2002, edizione dell'Autore]

*

Il nostro incurabile istinto di possedere, di assimilare nel senso più crudo del termine, è il mezzo attraverso cui passa gran parte della nostra esperienza estetica.
Noi ci abbracciamo premendo un corpo contro l'altro, e così riduciamo a zero quella bellezza umana che è fisica solo nel senso che la superficie del corpo è animata da uno spirito che il nostro tatto in quanto senso non può raggiungere.
(Dag Hammerskjold - da DIARIO - Vagmarken: Piste)

*

La poesia sonda un territorio così vasto e profondo che potrebbe essere considerato la prima e l'ultima sfida dell'esistenza prima di giungere ai confini di una verità che renderà l'uomo finalmente libero dalle proprie passioni.
L'amore è confronto perché ci porta non solo a relazionarci con gli altri, ma anche a conoscere noi stessi, a metterci in gioco.
Quali comportamenti siano più indicati quando vogliamo che l'altra persona divenga per noi nessuno ce lo può dire, perché il cuore detta legge a un uomo nuovo che porta dentro di sé un sentimento forse mai sperimentato prima.
"Non c'è ricetta che tenga", dice chi scrive.
Eppure ci può essere una sorta di "educazione", capire che l'oggetto del nostro amore è dunque per noi e non nostro nel senso possessivo del termine.
C'è chi vorrebbe fagocitare, ingoiare questo amore perché non si dilegui e c'è invece chi mantiene le distanze per la paura di non essere corrisposti. Entrambi comportamenti sbagliati che la poesia non cerca di correggere ma solamente di sottolineare (vuoi / possedere l'oggetto d'amore e / resistere all'amore Quello-che-si- / dona).
Bisogna imparare a gestire le proprie passioni cercando una nuova linea d'orizzonte dove il cuore rimane libero di decidere (tu cuore diviso tra cielo e / terra carne/amore) sapendo che l'amore che vuole possedere è un amore che rende prigionieri, che soffoca, che non permette alcuna realizzazione, nessuna crescita.
Nutrire poi la terra con il proprio seme perché produca frutto, perché dia senso a questo bisogno di donarsi.
Liberi dall'incertezza che il cuore non sia una prigione dove rinchiudersi e dove rinchiudere, ma una terza terra di frontiera da esplorare in due, in ogni istante.

CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: "PARUSIA"
Di Luca Rossi
Settembre 2003

PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce

Da La difficile luce, 2005

*

Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del Poeta.
Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di fare troppo rumore con il suo raccontarsi).
"Perché?", mi domando.
Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che trova il suo spazio in una terra comune "sull'oltretempo", come dice il Poeta, dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.
Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio involucro apparente, l'ultima luce riveste l'individuo di una nuova essenza prima dell'ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà il tempo vissuto.

Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino
Sospensione

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi

*

In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.
Cammina senza sapere quando il filo terminerà all'altro capo, al capo opposto da cui è partito. Sa che l'attende il vuoto, ma non ha paura. D'altronde camminare sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a spezzargli la vita.
Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e poi tornava all'ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l'avrebbe fatto scendere. Ora, invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si distoglie da lui e lo rassicura.
Più va avanti e più in quello sguardo sente di riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e quell'unisono sarà l'eterno.
Secondo l'occhio dell'uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni; tutt'altro è per l'uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose che finiscono.
Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L'indecifrabile, il non ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.
Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).

COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO "RICORDA"

Ricorda
[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina

ma
s e i a m a t o

immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia

ritorna a volare:
ti attende la madre al suo
nido

ricorda: sei parte
della sua infinita
Essenza

nato
per la terra
da uno sputo nella polvere

da La bellezza dell'essere, 2007

*

"Ricorda", ispirata a David Maria Turoldo, alla sua schiettezza