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- ESTRATTO DA “KATRIONA” -

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- ESTRATTO DA “KATRIONA” -
"Katriona siede nel suo camerino: sudore e affanno, mascara che cola sulla faccia umida.
«Lui verrà? Non l'ho visto tra il pubblico, stasera».
Katriona si gira con aria stanca e guarda l'intrusa che ha parlato: un visetto bello e giovane, un visetto da adolescente che presto i turbini di vento della vita faranno sfiorire.
«Verrà» risponde. Parla con apatia, parla come si parlerebbe della morte: temuta ma inevitabile. Prima o poi arriverà, e non ci si può fare niente.
La testolina fa un movimento e adesso, dalla fessura della porta del camerino, spunta anche un corpo minuto, ancora acerbo ma già fasciato in un assurdo costumino leopardato.
Soldi, soldi... come fare a guadagnare soldi per mantenersi? La piccola adolescente scappata dal padre alcolizzato ha preso la sua decisione: spogliarellista in un equivoco locale notturno. Nessuna vergogna, nessun pudore... e soldi: la paga, certo, ma ancor più di quel misero stipendio contano le generose mance dei clienti.
Betty, si fa chiamare: Betty come il celebre cartone animato degli anni Trenta, con la boccuccia a cuore e le gambe che paiono steli di fiori, con gli occhi grandi e la voce da bambina birichina. Betty è coccolata, Betty sa che le basta sorridere per far fare loro ciò che vuole... Betty, la bamboletta di porcellana ancora intatta, il giocattolino di tutti i clienti.
Katriona stringe gli occhi un po' miopi e li punta sulla ragazzina: nessuno sa come si chiami veramente quella creatura simile ad un diabolico folletto che danza tra le macerie - Betty e tanto basta.
Betty entra del tutto nel camerino e se ne sta lì, con le mani allacciate dietro la schiena ed un sorrisetto cattivello sulle labbra dorate: «Se ti fa tanto schifo perché non lo mandi al diavolo?».
Katriona ha un'espressione un po' apatica ma minacciosa allo stesso tempo: «E tu perché non ti fai gli affari tuoi?» sibila. Vorrebbe darle della puttana ma non lo fa, perché sa che loro due sono sullo stesso livello.
Betty, con arie da diva, si butta i capelli all'indietro sulle spalle nude: ha la chioma riccia, simile a lingue di fuoco attorcigliate in mille rigiri. «Se io fossi al tuo posto non gli permetterei neppure di guardarmi, a meno che non sia io a volerlo».
Katriona non replica: ha voglia di prendere a ceffoni quella boccuccia che la deride, di far colare il sangue da quel nasino a punta, ma non lo fa perché significherebbe solo un taglio sulla paga. Betty non si tocca, Betty è la nuova cocca dello spettacolo... finché durerà, almeno. Ma d'altronde Katriona non è stupida: Betty parla come una civetta ma invidia segretamente la sua collega per qualcosa - qualcuno - che l'altra possiede a pieni diritti.
«Kat».
Una sillaba taglia l'aria, Betty si sposta di colpo e si appiattisce contro il muro mentre lui entra nel camerino con il portamento di un padrone: proprietario di locali e di corpi, proprietario di vite umane, le stesse grazie alle quali ha accumulato un'enorme quantità di denaro.
«Sei stata uno schianto... come sempre».
La voce risuona in modo strano dentro allo stretto sgabuzzino, che pare troppo piccolo per contenere la personalità del maschio.
Katriona si sta togliendo via il trucco rovinato, con un fazzolettino di carta: si stringe nella spalle e cerca di sorridere, evitando di guardare quell'uomo.
Lui si avvicina e le posa una mano sulla spalla - una mano grande che sa essere gentile nelle carezze ma anche violenta se qualcosa va storto, e l'anello che porta all'anulare destro, un anello con il castone d'argento a forma di leone, guizza come cosa viva sotto le lampadine accese.
«Qualcosa non va?». È un tono che vorrebbe essere cortese ma che nasconde, sempre e comunque, una sfumatura di dominio: un tono abituato a comandare ed avere sempre il controllo.
«Non ti ho visto, stasera» risponde Katriona. È vero, non l'ha visto seduto là in prima fila, come sempre, ad accarezzarla con la sguardo. Butta la testa all'indietro e, con le proprie dita, copre quelle virili che sente calde sulla pelle nuda.
Betty è ancora lì, combattuta tra la curiosità morbosa e il timore di lui, così imprevedibile e a volte così brutale; a Katriona non importa che l'altra resti, anzi è un bene: vuole che Betty veda chiaramente come stanno le cose, vuole che la sgualdrinella indisponente capisca che, nonostante tutto, quell'uomo non è per lei... non ancora.
Combatte contro lo sfinimento che la invade: vorrebbe poter andarsene a casa, sola, e dormire, dormire per scivolare nell'oblio di sogni dimenticati da lungo tempo... vorrebbe non guardarlo, non guardare quell'uomo in faccia, ma c'è un magnetismo negli occhi grigi, nella mascella squadrata e crudele, e lei alza la testa e lo fissa, e gli sorride con le labbra ancora rosse.
«Ero in fondo, ho visto la fine del tuo numero. Sono arrivato tardi per un piccolo problema con un cliente: niente di cui tu debba preoccuparti, bella mia». Lui si degna di spiegare ma in realtà non ha spiegato nulla - o meglio, le ha fatto capire che non è niente in cui lei debba mettere il naso: forse un debitore che ha pagato gli interessi con qualche osso rotto, o magari una partita di droga danneggiata...
Però almeno ha risposto, anche se l'ha fatto col tono di chi tiene a bada un animaletto domestico - ma tanto basta, soprattutto quando si volta di scatto e squadra l'adolescente importuna. «Sparisci». Un sibilo appena udibile, eppure Betty si dilegua subito, senza esitazione.
Katriona ha finito di struccarsi: si divincola e si alza per cambiarsi, e lui se ne sta a guardarla con le braccia conserte.
«Leòn, sembra che tu non mi abbia mai visto nuda» lo apostrofa allora con un sorriso a metà tra lo scherno e la provocazione.
Leòn piega in su un angolo della bocca: in certi momenti sembra l'uomo ideale, l'uomo perfetto che ogni donna sogna per sé... ricco, elegante, sensuale, spiritoso, affascinante, protettivo e geloso al punto giusto... e cos'altro? Katriona ricorda confusamente stralci di romanzetti letti tanto tempo fa, ma sembra che siano trascorsi secoli da allora... da quando era giovane, pura e innocente come le eteree protagoniste di quei rosa da quattro soldi: sì, proprio così: da quattro soldi. Perché cos'erano davvero quelle storie, se non sciocche e inutili illusioni per evadere almeno un'ora dalla prigione chiamata vita?
Eppure è andata così, per lei: non saprebbe dire com'è cominciata quella spirale che porta verso un abisso cupo e senza fondo: di chi è stata la colpa, non saprebbe dirlo. Dei suoi genitori sbandati? Delle sue amicizie sbagliate? Della società che non si è presa cura di lei? Di lei che non si è presa cura di se stessa?... Ma via, Katriona, non lamentarti: poteva andarti peggio, potresti essere morta già da molto tempo, come quelle disgraziate che ogni tanto ripescano dal fiume... o potresti essere in mezzo ad una strada, ad aspettare i clienti sotto a un lampione nella mortale umidità delle tenebre.
Leòn continua a sorridere e Katriona lancia una sguardo alla porta: avranno visto l'uomo entrare, e quando lui è in una stanza la gente non osa quasi bussare, figuriamoci entrare senza permesso! Nessuno li disturberà..."

- FOTO PRELEVATA DA INTERNET -
Laura Caterina Benedetti